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(Continua da pagina 1)   - Note Europee - a cura di Massimo Congiu

 

Il Consiglio dei 28 capi di stato e di governo richiamano l’ambasciatore dell’Unione a Mosca e sostengono le ragioni della May. Il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel annunciano misure nei confronti di Mosca. Gli USA e quattordici paesi dell’Ue, tra cui l’Italia, decidono di seguire l’esempio di Londra per quella che descrivono come un’aggressione.

 

II dubbi sulla vicenda non mancano. Le conclusioni alle quali sono approdate la May e il suo governo non convincono del tutto la comunità degli scienziati britannici e suscita perplessità anche l’improvviso miglioramento delle condizioni di Skripal e di sua figlia Yulia. Un giorno prima, infatti, le condizioni di quest’ultima erano state definite critiche e si temeva per la sorte delle sue facoltà mentali danneggiate dalla sostanza. Del resto gli esperti avevano affermato che non esistono antidoti al Novichok, se di Novichok si deve parlare, gas che, secondo diversi conoscitori dell’argomento, potrebbe essere stata sviluppata anche in altri paesi.

 

Cos’è successo veramente? C’è davvero Mosca dietro a tutto ciò? Davvero la Russia avrebbe cercato di eliminare i due in modo così clamoroso? In fondo Skripal è uno che da vent’anni sta fuori dai giochi e a quanto pare, fino a poco tempo fa tirava avanti con un po’ di consulenze. Relativamente a questa vicenda si è parlato di russofobia da parte europea e statunitense. Del resto la decisione corale di espellere tutti quei diplomatici russi, senza che peraltro sia stato chiarito il caso, fa pensare. Di recente, poi, Washington, Londra e Parigi, hanno sferrato un attacco in Siria per rispondere alla presunta aggressione chimica contro la città di Douma. Per la May non si è trattato di voler rovesciare un sistema ma di sanzionare l’uso di armi di distruzione di massa. Gas e Cremlino sembrano diventati un po’ un’ossessione e Assad è notoriamente sostenuto da Putin che dopo l’attacco ha parlato di aggressione e di offesa al diritto internazionale. Quanto è accaduto, dalla vicenda dei due connazionali di Putin con relativa reazione da parte occidentale, sa di atlantismo muscolare e di voglia di isolare la Russia per precisi motivi strategici, pur tenendo conto del fatto che anche il Cremlino avrà le sue mire. Quanto ai gas e alle armi di distruzione di massa, sono ancora freschi i ricordi di quando queste ultime, parola di Bush figlio, erano state “localizzate” in Iraq. Non era vero, ma la tragedia si è consumata lo stesso. Vedremo a cosa porteranno gli avvenimenti di queste ultime settimane.

(Continua da pagina 1)a cura di Tiziano Tussi

 

Quella delle armi chimiche è una menzogna, è ancora una volta la politica americana che gioca la partita del potere; è una scena già vista con Saddam Hussein, e se ne sono viste, si vedono le conseguenze! Trump, come chi lo ha preceduto, usa della menzogna delle armi chimiche per giustificare il suo attacco alla Siria che ha come scopo quello di prendere il controllo del territorio siriano così da diventare il perno dei traffici del petrolio. Questo è il progetto di Trump, un puro progetto di potere, appoggiato da Francia ed Inghilterra e con il silenzio della Comunità Internazionale. L'attacco missilistico di Trump e la sua giustificazione menzognera rappresentano una grave minaccia per la pace del mondo; Trump di nuovo appoggia i ribelli contro Assad, e chiede al mondo di schierarsi con lui perché vuole eliminare un “dittatore sanguinario” e così appoggia ribelli che promettono un futuro di terrore. La Comunità Internazionale non deve cadere nel tranello di Trump, la scelta non è tra i ribelli e Assad, la scelta che testimonia la comunità cristiana in Siria è tra la guerra e la pace. Trump vuole la guerra, la Chiesa in Siria costruisce la pace!

Alcune riflessioni sulle elezioni del 4 marzo 2018   -   di Rolando Giai-Levra

 

I RISULTATI DEL RIFORMISMO DEL PD DI RENZI

 

Da oltre 25 anni, nel corso della mutazione genetica dal PCI, al PDS, ai DS, il riformismo oggi incarnato nel PD è riuscito ad occultarsi assai bene dietro la bandiera della sinistra, per la mancanza di chiarezza del suo ruolo e della sua funzione soprattutto tra le masse lavoratrici e popolari. A seguito della caduta dei valori di classe avvenuta con lo scioglimento del PCI, sono riemerse, anche tra i lavoratori, concezioni che erano state ampiamente superate dai comunisti nel corso della lotta di classe del nostro paese.

 

Risuonano la loro attualità le analisi gramsciane sulla funzione del riformismo e su come esso si è sviluppato storicamente nel nostro paese. All’inizio del ‘900, il riformismo si era materializzato nel PSI avendo trovato in esso l’humus e l’habitat necessari al suo sviluppo. Gramsci rivolgeva le sue critiche al PSI e al suo Capo dicendo:

 

“[…] Che cosa sia il socialismo di Turati e del suo partito oggi è chiaro a tutti: esso è un liberalismo democratico, che, come negli altri paesi capitalisti, tiene la funzione di “sinistra borghese”. […] una tendenza cioè borghese infiltratasi nel movimento operaio […] i riformisti hanno di tradimento in tradimento condotto i lavoratori italiani alla sconfitta, creando così le condizioni favorevoli allo sviluppo e al successo del fascismo.[…]”1

 

A livello mondiale, la profonda crisi strutturale del capitalismo ha smantellamento i diritti e colpito le organizzazioni dei lavoratori e di conseguenza è venuta alla luce il fallimento di tutte le forme socialdemocrazie europee con i loro tentativi di mediazioni fra le classi sociali antagoniste. Non potendo più utilizzare il termine socialista, in questo ultimo quarto di secolo, l’inganno del riformismo nostrano è riuscito ancora a camuffarsi bene dietro l’egida di “sinistra”. Complici efficaci sono stati i mezzi di comunicazione di massa che, asserviti ai poteri dominanti, a tutt’oggi si guardano bene dallo svelare la vera identità di classe del riformismo. Vien da sé, chiedersi, allo stesso modo con cui se lo chiedeva Gramsci con il PSI di Turati nel 1925, “che cosa sia la sinistra di Matteo Renzi e del suo partito oggi?”.

 

IL RIFORMISMO

Tutti i lavoratori italiani hanno sentito sulla propria pelle i risultati delle politiche riformiste del PD e del Governo Renzi voluto e nominato da G.Napolitano che, sventolando la bandiera di “sinistra”, hanno prodotto ciò che non erano riusciti a fare i ceti politici borghesi precedenti:

 

1- La destrutturazione dello Statuto dei Lavoratori con l’abolizione dell’Art.18 attraverso il Jobs Act, divenuto strumento per una nuova offensiva dei padroni contro le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori.

2- Il peggioramento delle condizioni dei pensionati e dei lavoratori che devono andare in pensione, grazie alla controriforma delle pensioni della Fornero.

3- La controriforma della scuola pubblica e l’attacco allo stato sociale (casa, sanità, trasporti, ecc…) favorendo sempre di più le privatizzazioni.

4- Il sostegno alle politiche degli industriali contrastando fortemente l’azione dei lavoratori e del sindacato, soprattutto della Fiom e della CGIL.

5- Il sostegno alle politiche speculative delle Banche a danno dei risparmiatori.

6- L’attacco alla costituzione con le leggi elettorale “Italicum” e il referendum del 2016.

7- La creazione di una pessima condizione sociale che ha favorito la vittoria elettorale dei populismi del M5S, della Lega e del Centrodestra, lo smembramento della sinistra e l’ulteriore crescita dell’astensionismo che in queste elezioni ha raggiunto il 27% (+2,3%).

 

Non c’è che dire, Renzi e il suo partito dopo aver attaccato, deriso ed umiliato i simboli e i valori della sinistra, ha realizzato in una sola legislatura un eccellente programma antipopolare che si è meritato gli applausi del grande capitale e della grande finanza. I lavoratori si ricordano delle dichiarazioni fatte prima dell’approvazione del “Jobs Act”, con cui Renzi aveva promesso di cancellare le differenze tra i lavoratori, accusando la CGIL, la FIOM e il sindacato in generale di aver diviso i lavoratori tra quelli di serie A (i tutelati) e quelli di serie B (gli abbandonati a se stessi). In questo caso, egli ha dimostrato molta coerenza; perché, ha scaraventato tutti i lavoratori e le loro famiglie nella categoria B, eliminando l’articolo 18 e facendo crescere i contratti a tempo determinato. Ciò, ha provocato ulteriormente l’allungamento della giornata lavorativa e la compressione dei salari inserendo altri elementi di divisione tra i lavoratori precari e quelli a tempo indeterminato. Esattamente al contrario di ciò che è avvenuto in Germania dove i lavoratori con il sindacato “Ig Metall” hanno ottenuto una riduzione dell’orario di lavoro da 35 ore a 28 ore settimanali e un aumento salariale del 4,3%. Il “Jobs Act” viene da lontano ed è un’operazione che è stata preceduta e agevolata dalla legge 30 del 2003 (legge Biagi del Ministro Maroni e del governo Berlusconi) che ha contribuito ad espandere i contratti precari in ben 46 tipologie diverse. Quest’ultima legge, a sua volta, è stata favorita dal pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che ha segnato una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale con l’introduzione del rapporto di lavoro interinale, ampliando di molto l’area del lavoro a tempo determinato. Nello stesso tempo, va ricordato che la famigerata legge Fornero mantenuta da Renzi, ha trovato la strada spianata dai precedenti provvedimenti sulle pensioni attuate da Amato nel 1992, Dini nel 1995, Prodi nel 1997, Maroni nel 2004 e Berlusconi nel 2005. Per completare, Renzi, insieme al ministro Poletti e Boeri presidente INPS, hanno inventato l’APE per i lavoratori di certe categorie che hanno raggiunto il 63° anno di età, i quali potrebbero chiedere l’anticipo della loro pensione attraverso un prestito della banca che poi dovrà essere restituito.

 

Renzi con il suo partito non si sono resi conto di aver superato i limiti e che “fare i conti senza l’oste” si possono avere delle bruttissime sorprese. A cominciare dai risultati delle elezioni amministrative del 2014 con la sconfitta a Livorno, poi nel del 2016 in cui le sconfitte più significative sono state nei Comuni di Roma e di Torino – Poi, con la netta sconfitta del referendum che avevano promosso contro la costituzione in cui sono stati travolti da una valanga di NO – Infine, con queste ultime elezioni che, con tutto il sostegno dichiarato dalla Confindustria, da Prodi, Veltroni e Napolitano, hanno subito un tracollo storico senza precedenti sul piano elettorale con la perdita di ca. 2,6 milioni di voti che si sono ripartiti tra il M5S, la Lega, l’astensionismo e in parte LeU. Dopo la bocciatura dell’”Italicum” da parte della Corte Costituzione, a nulla è valsa neppure la legge “rosatellum”, approvata da FI, Lega ed altri, fatta su misura per fare vincere Renzi e il suo partito affinchè, dopo le elezioni, poter fare accordi anche con FI e realizzare, forse, quel “Partito della Nazione” che Renzi aveva teorizzato. Un progetto per sostituire definitivamente il partito politico di massa, con un partito leggero più simile a un comitato elettorale finalizzato alla selezione del gruppo dirigente del partito, attraverso primarie aperte anche ai non iscritti, dove l’iscritto non conta niente e i gruppi dirigenti rappresentano dei soggetti senza ideali e subalterni all’anarchia del mercato capitalistico. Un concentrato di egemonia liberale, rivolto agli industriali, ai poteri bancari e finanziari da cui attingere la propria legittimazione e dove la democrazia (interna ed esterna) diventa un ostacolo politico.

 

In realtà, chi ha tratto vantaggio dal “rosatellum” sono stati soltanto Salvini e Berlusconi che hanno avuto la possibilità di ricomporre il centrodestra con F.lli d’Italia raggiungendo il 37% per cento dei voti. In questo modo, le politiche riformiste di Renzi e del PD non solo hanno permesso al populismo del M5S di vincere; ma, hanno consegnato una straordinaria vittoria anche alla coalizione di centrodestra. Non può passare inosservato il fatto che tutte queste forze di centrodestra (M5S, Lega, F.lli d’Italia e FI) rappresentano insieme ca. il 70% del consensi del corpo elettorale che è andato a votare, creando una condizione di elevato pericolo per la democrazia e la Costituzione del nostro paese.

 

IL POPULISMO E IL CENTRODESTRA

Queste elezioni, hanno portato alla luce anche la vera natura del M5S e della Lega che sono sempre state presentate dai mezzi di comunicazione di massa come formazioni politiche “antisistema”. All’insegna di un non ben identificato “cambiamento”, condito da alcune astratte promesse, queste forze hanno dimostrato il contrario presentandosi, né più e né meno, come “nuovi” ceti politici garanti di questo sistema, in sostituzione dei precedenti gruppi dirigenti nella gestione del sistema capitalistico. Il M5S e la Lega hanno in comune diversi punti di programma che rappresentano una condizione oggettiva di attrazione per un loro possibile avvicinamento politico ed è sufficiente ricordare che i punti su pensioni, lavoro, tasse, immigrazione ed Europa sono sostanzialmente simili. I primi passi in questa direzione lo si è visto con l’elezione concordata tra il M5S e la Lega, con lo scambio di voti avvenuto per l’elezione di Roberto Fico alla Presidenza della Camera e l’elezione dell’eversiva Elisabetta Casellati (accanita sostenitrice di tutte le leggi ad personam di Berlusconi) alla Presidenza del Senato. La stessa spartizione è avvenuta anche con le votazioni dei Vicepresidenti, Questori e Segretari (Camera e Senato) e dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Speciale della Camera. Su questa strada, i due populisti Di Maio e Salvini continuano a lanciarsi degli evidenti segnali per l’ipotesi di un eventuale governo M5S e Lega, anche se nel contempo Di Maio sollecita il PD. Tale situazione, ha già aperto delle contraddizioni tra i due soggetti, su chi dei due deve fare il numero uno e chi il numero due. Questa eventuale ipotesi, sta mettendo in grosse difficoltà le due formazioni con parti del loro stesso elettorato. Soprattutto, il M5S che, sulla base dei risultati elettorali e di alcuni sondaggi, la minoranza di sinistra del suo elettorato non accetterebbe un’alleanza con la Lega. A sua volta, l’elettorato della Lega non accetterebbe un’alleanza subordinata al M5S che, come possiamo notare, sta aprendo tensioni anche di rottura con FI e con la coalizione di centrodestra.

 

Tuttavia, non si può affatto escludere una tale prospettiva  tra le due formazioni populiste che hanno vinto; perché, la loro natura di classe borghese al pari del PD, di FI, di F.lli D’Italia, ecc…, non mette in discussione il sistema degli attuali rapporti di produzione capitalistici. Non a caso, Di Maio per accreditarsi le simpatie dei circoli economici dominanti è andato negli USA, si è incontrato con esponenti dei centri finanziari europei, ha tranquillizzato la NATO e condiviso l’intervento guerrafondaio dell’imperialismo in Siria. Ha tranquillizzato gli industriali ottenendo anche l’appoggio della Confindustria e di Marchionne e in pieno stile DC dopo aver esaltato De Gasperi e la CEI è andato pure ad inchinarsi per baciare la cosiddetta ampolla con il “sangue” di S.Gennaro nella Cattedrale di Napoli. Da parte sua Salvini, che rappresenta sempre di più la destra nel nostro paese, dopo aver fatto le sue varie visite in Europa e tra gli industriali del nord ha ottenuto il sostegno dei movimenti populisti europei a cominciare da Marine Le Pen in Francia ed altre forze di destra in Europa, oltre ad aver fatto la messinscena con il rosario in mano di giurare pubblicamente fedeltà anche sul Vangelo. Inoltre, pur avendo preso una posizione critica nei confronti dell’intervento militare in Siria, la Lega ha confermato in parlamento la sua indiscussa appartenenza all’alleanza con la NATO.

 

LA SINISTRA

Caricare la responsabilità della disastrosa situazione che si è creata nel nostro paese, sul riformismo di Renzi e del PD, non può e non deve giustificare i grossi limiti ed errori compiuti dalla sinistra in generale e mettere in secondo piano la batosta elettorale che ha ricevuto. I fuoriusciti del PD che hanno formato la lista “Liberi e Uguali” pensavano di poter recuperare almeno buona parte di ciò che il PD avrebbe perso, ma non è stato così; perché, buona parte di quegli elettori sono finiti soprattutto nel M5S; in parte nella Lega e nell’astensionismo. LeU, che comprende anche l’ex SEL, non ha rappresentato un polo d’attrazione per l’elettorato di sinistra ed è riuscita ad ottenere poco più del 3%. Questa nuova formazione socialdemocratica costituita dai fuoriusciti del PD non è riuscita a prospettare concretamente alcun progetto complessivo di società alternativa alla grave situazione, generata dall’attuale sistema capitalistico, in cui versano i lavoratori, i pensionati, gli studenti, i giovani, le donne, ecc...

 

Ancor peggio è stato il risultato della lista di Potere al Popolo che, come sinistra radicale, ha manifestato molta superficialità e pochezza di analisi sull’esito elettorale. A cominciare dalla porta voce nazionale che, con molta disinvoltura, ha giustificato il risultato negativo con il fatto che la lista di PaP si era costituita da appena 3 mesi e non ha avuto alcuna risonanza dai media e quindi molti elettori non erano a conoscenza dell’esistenza di questa lista. Tutte cose vere, che spiegano in piccola parte il risultato elettorale negativo. La sera del 5 marzo, a conclusione della stessa intervista, si è sentito affermare che l’esito comunque era buono e con molto dilettantismo la portavoce ha detto “Oggi hanno vinto i 5 Stelle, domani toccherà a noi”. Con quale criterio sono state fatte queste affermazioni, francamente lo sa soltanto che le ha fatte. Lo stesso atteggiamento è stato tenuto nelle conclusione dell’assemblea nazionale di PaP del 18.03.2018 a Roma, in cui la porta voce ha nuovamente affermato che oggi i voti sarebbero stati dati “…in prestito al M5S, all’astensione e alla Lega e adesso ce li riprendiamo…”. Un ingiustificato atto di presunzione senza alcun fondamento logico, che porta a sottovalutare e non comprendere la vittoria degli avversari di classe. Proprio su queste sottovalutazioni, Gramsci scriveva:

 

Mi pare che tale tendenza di per se stessa sia un documento della inferiorità di chi ne è posseduto. Si cerca infatti di diminuire l’avversario per poter credere di esserne vittoriosi; quindi in tale tendenza è anche istintivamente un giudizio sulla propria incapacità e debolezza, ossia un inizio di autocritica, che si vergogna di se stessa, che ha paura di manifestarsi esplicitamente e con coerenza sistematica, perché si crede nella «volontà di credere» come condizione di vittoria, ciò che non sarebbe inesatto se non fosse concepito meccanicamente e non diventasse un autoinganno (contiene una indebita confusione tra massa e capi e finisce coll’abbassare la funzione del capo al livello della funzione del più arretrato e incondito gregario), Un elemento di tale tendenza è di natura oppiacea: è proprio dei deboli abbandonarsi alla fantasticheria, sognare a occhi aperti che i propri desideri sono realtà, che tutto si svolge secondo essi: da una parte l’incapacità, la stupidaggine, la barbarie, la paurosità, dall’altra le più alte doti di carattere e di intelligenza: la lotta non dovrebbe essere dubbia e già pare di tenere in pugno la vittoria. La lotta rimane lotta sognata e vinta in sogno: nella realtà, da dovunque si cominci ad operare, le difficoltà appaiono gravi, e siccome si deve cominciare sempre necessariamente da piccole cose (poiché, per lo più, le grandi cose sono un insieme di piccole cose), viene a sdegno la «piccola cosa»: è meglio continuare a sognare e rimandare tutto al momento della «grande cosa». La funzione di sentinella è gravosa, noiosa, defatigante; perché «sprecare» così la forza umana e non conservarla invece per la grande battaglia eroica? e così via.

Non si riflette poi che se l’avversario ti domina e tu lo diminuisci, riconosci di essere dominato da uno che consideri inferiore? Ma come è riuscito a dominarti? Come mai ti ha vinto ed è stato superiore a te proprio in quell’attimo decisivo che doveva dare la misura della tua Superiorità e della sua inferiorità? Ci sarà stata di mezzo la «coda del diavolo». Ebbene impara ad avere la coda del diavolo dalla tua parte.[…]”2

 

Questa riflessionme, è pienamente condivisa da chi come la nostra rivista ha dato un’indicazione chiara ed esplicita, di votare PaP sulla base dei contenuti del programma. Credo che certe dichiarazioni sono dannose e mettono in evidenza una visione politica assai ristretta incapace di uscire dai confini culturali di un centro sociale e che non fa comprendere il punto centrale e cioè che il vuoto lasciato dalla Sinistra è stato occupato da partiti e movimenti populisti, centristi, sovranisti e di destra che, piaccia o no, hanno stravinto, mentre la lista PaP ha perso. La stessa superficialità si è manifestata anche a pochi giorni dal voto, nonostante che lo scenario politico si era delineato in modo abbastanza chiaro; alcuni “sacenti” della sinistra radicale non hanno fatto mancare i loro “illuminanti” interventi nelle assemblee conclusive (come a Milano), illudendosi e facendo illudere compagne e compagni, che per PaP ci sarebbero stati dei risultati almeno del 4% fino a raggiungere, addirittura, le due cifre. Questo modo di fare politica rappresenta ancora un’eredità di una vecchia miscela di sessantottismo radicale misto a massimalismo, con cui si suscitano aspettative che non corrispondono alla realtà concreta e che, oggettivamente, hanno favorito anche il riformismo di Renzi e del PD per smembrare la sinistra in generale. Pensando di capitalizzare astrattamente la forte spinta di cambiamento proveniente dal basso, anziché rivedere su basi di classe le proprie posizioni e fare razionalmente i conti con il passato della sinistra radicale e con il riformismo piccolo borghese in esso ancora presente, c’è chi si era preoccupato di prendere le distanze dai simboli comunisti e chi invece (come se nulla fosse successo) cerca ancora oggi di scrollarsi di dosso il simbolo della falce e martello e chiudere definitivamente con l’esperienza comunista. Noi ci auguriamo che ciò avvenga al più presto; perché, sarà un nuovo e vero elemento di novità e chiarezza con cui i lavoratori e tutti i sinceri comunisti potranno definitivamente fare i conti.

 

Pare che la catena dei risultati fallimentari che si sono susseguiti dal 2008 fino ad oggi, non abbiano insegnato proprio nulla e con i soliti ritornelli, ci si illude che la prossima volta andrà meglio, senza comprendere che questo è il risultato di politiche disastrose della sinistra radicale causate dal suo allontanamento dalla classe lavoratrice e dalla tradizione comunista internazionale. A partire dalla brillante trovata di Bertinotti di presentare nel 2008 la lista senza identità di “La Sinistra l’Arcobaleno” sostenuta da PRC-PdCI-Verdi-SD, che ottenne soltanto il 3,12% pari a 1.124.298 voti e provocato una perdita secca di oltre 3.000.000 di voti rispetto le elezioni precedenti del 2006, in cui il PRC e il PdCI insieme avevano ottenuto l’8,16% pari a 3.113.591 e i verdi con la lista “Federazione dei Verdi” avevano ottenuto il 2,06% con 784.803 voti. Poi, nel 2013 con la lista sempre senza identità “Rivoluzione Civile” che ottenne il 2,5% pari a 765.189 con una perdita di altri 400.000 voti rispetto al 2008. Infine, in queste ultime elezioni politiche, la lista di PaP ha ottenuto l’1,13% con 370.320 voti (ca.1,6% compreso i gruppi di Rizzo e Ferrando) con un’ulteriore perdita di 350.000 voti a livello nazionale rispetto al 2013.

 

Se questa caduta vorticosa dei risultati, ancora non fanno muovere i neuroni di qualche “saccente” della sinistra radicale e il tutto viene liquidato superficialmente, senza mai affrontare con umiltà e autocritica la realtà, significa che qualcuno non ha ancora capito nulla e, vista la persistenza maniacale, sembra che continuerà a non capire nulla, provocando soltanto dei danni a se stesso, agli altri e ai lavoratori. Non ci si rende conto che si continua a commettere gli stessi errori e perpetrare le stesse logiche elettoralistiche che da oltre 10 anni hanno dimostrato tutto il loro fallimento. Tutto ciò denota una debole formazione ideologica, sfiducia nei confronti della classe lavoratrice e tanta fiducia nelle istituzioni borghesi. Gramsci ci ha insegnato che:

 

“La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.”3

 

Non analizzare in profondità le cause vere del risultato elettorale, significa ripartire in modo sbagliato e l’1% ottenuto non rappresenta proprio nulla se non si comprende che questo è il risultato della totale assenza di un radicamento sociale e di una visione ideologica di classe capace di penetrare organicamente nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori, ecc…, per spezzare l’egemonia culturale della borghesia e mettere in discussione l’intero sistema capitalistico e prospettare l’alternativa di una società socialista. Se la sinistra in generale non decide di avviarsi su questa strada, continuerà a restare intrappolata da una concezione piccolo borghese elettoralistica da cui non riuscirà più a liberarsi, non avrà alcuna forza e non sarà mai sostenuta dalle masse lavoratrici e popolari.

 

È la formazione ideologica che manca nella sinistra che oggi si preoccupa soltanto di rincorrere i fantasmi di un identificabile ed inesistente modo “nuovo” di fare politica. Oltretutto, nelle interviste durante la campagna elettorale, la porta voce di PaP non ha avuto la correttezza di dire mai pubblicamente che la lista era sostenuta anche da partiti e associazioni comuniste  come PCI-PRC-Rete dei Comunisti, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi. Questo è un modo scorretto che danneggia i rapporti che devono intercorrere a sinistra tra partiti, associazioni, movimenti, ecc… e che la racconta lunga sul futuro rischiando di ripetere lo stesso grave errore di Barbara Spinelli che non ha esitato a cacciare i comunisti dalla lista Tsipras, con la complicità anche di altre forze politiche che si dicono di sinistra. A quanto pare le prime riflessioni che si leggono sul sito di PaP sono molto lontane dai ragionamenti fin qui fatti e dalla prima impressione sul documento pubblicato il 25.03.2018 “Cosa fare ora? Alcune indicazioni dopo l’assemblea di domenica scorsa”, emerge un orientamento che va in tutt’altra direzione e su cui sicuramente ci ritorneremo per un approfondimento.4

 

Come rivista comunista noi non ci discostiamo dall’analisi gramsciana della realtà, sulla necessità di un Partito Politico di classe, sulla visione dei comunisti rispetto le elezioni e la rappresentanza politica da conquistare nell’istituzione parlamentare, che pur essendo molto importanti, non rappresentano un fine strategico. Il suggerimento che ci sentiamo di dare e quello di fare uno sforzo collettivo a sinistra per comprendere che senza una formazione ideologica, la ricostruzione dell’organizzazione Comunista e un articolato radicamento sociale, la classe lavoratrice resterà priva dei suoi strumenti fondamentali necessari alla liberazione dallo sfruttamento del capitale e la sinistra in generale resterà perennemente disorientata senza alcuna meta alternativa a questa società.

 

Note

1- A-Gramsci - “La funzione del riformismo in Italia” - l’Unità, 5 febbraio 1925, articolo non firmato.

2- A.Gramsci - “La tendenza a diminuire l’avversario” - Quaderno16 (XX11) - § 158.

3- A.Gramsci - “Per una preparazione ideologica di massa” - La Sezione agitprop del PC - aprile-maggio 1925.

4- https://poterealpopolo.org/indicazioni-dopo-assemblea-potere-al-popolo/.