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Casella di testo: rendendola un unicum nel panorama delle costituzioni dell’Occidente. I comunisti ebbero il grande merito di aver resistito – pagando un alto tributo di arresti, confino, uccisioni per mano dell’OVRA – alla repressione fascista, e il merito ancor più grande di aver saputo leggere nel modo più corretto la nuova situazione determinatasi con la guerra e la crisi del fascismo, elaborando e attuando, sulla base di quell’analisi, la politica del fronte unito antinazifascista. Di quel fronte, che prese il nome di CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, i comunisti furono parte trainante e determinante. Ma i comunisti italiani non limitarono il raggio della loro azione e la prospettiva futura all’obiettivo – importantissimo e prioritario, fondante, per qualsiasi altra lotta politica – della liberazione dal nazifascismo, ma impostarono una linea strategica che guardava a un complesso, articolato e non breve processo di trasformazione economico-sociale dell’Italia in direzione del socialismo. Nell’apporto dei comunisti ai lavori dell’Assemblea Costituente vi è, in nuce, la strategia della via italiana al socialismo: una lunga “guerra di posizione” che, intrecciandosi con fasi di “guerra di movimento”, di ampie lotte di massa, portasse a riforme radicali della struttura economico-sociale del Paese. 

La Costituzione del 1948 forniva il quadro istituzionale – nelle condizioni e con i rapporti di forza dati – all’interno del quale potevano avanzare le rivendicazioni e le lotte del movimento operaio italiano in direzione di trasformazioni di tipo socialista. La Costituzione italiana non è, nel suo DNA, liberaldemocratica, ma di democrazia economico-sociale1. Essa è antifascista in un duplice senso:

1. La sua architettura si fonda sulla centralità del parlamento e sul governo parlamentare. Il che significa pieno rispetto del principio di rappresentanza dei cittadini (è quindi implicito un sistema elettorale proporzionale puro: il Parlamento deve rispecchiare in miniatura la situazione e l’articolazione del paese, deve essere la sua “carta geografica”); rigetto di qualsiasi forma, esplicita o velata, di presidenzialismo; apertura a forme più avanzate di democrazia partecipata. 

2. Sottrarre al fascismo – dittatura del capitale contro il proletariato – la sua base economica, indirizzare l’impresa che produce ricchezza verso una finalità sociale, verso l’interesse collettivo e non privato.

La Costituzione italiana inaugura una nuova forma di costituzionalismo, si differenzia dalle altre Costituzioni perché è una costituzione-programma, afferma i principi e definisce il perimetro istituzionale entro il quale la realtà economico-sociale possa essere trasformata. La Costituzione italiana non è una costituzione socialista o comunista, è ben lontana, in questo, dalla Costituzione sovietica del 1936, che sanciva la proprietà socialista dei mezzi di produzione, ma afferma la possibilità della trasformazione dei rapporti di produzione. Per come è stata elaborata ed è nata, si può dire che essa è la Costituzione per un periodo – non breve – di transizione. E come per ogni fase di transizione, il suo esito dipende dalla lotta di classe, può avanzare verso radicali trasformazioni sociali progressive, ma può anche arretrare. 

La storia della costituzione italiana, delle sue avanzate e dei suoi arretramenti, è il riflesso – non sempre immediato, diretto, automatico – della lotta di classe. La Costituzione è uno dei campi in cui si svolge la lotta di classe in Italia. In alcuni casi tale lotta viene occultata da tecnicismi, viene nascosta sotto il manto di motivazioni che non fanno riferimento alcuno agli interessi delle classi in lotta, ma invocano efficienza, pragmatismo, risparmio di risorse (come nel caso del taglio pentastellato dei parlamentari), adeguamenti a nuove situazioni, aggiornamenti, ecc. Ma non ci si lasci ingannare. Quello della Costituzione è uno dei campi, uno dei fronti, in cui si svolge una dura lotta di classe. Ce lo mostra anche la lettura contestuale della storia politico-sociale e di quella costituzionale della repubblica: 

- Nel trentennio postbellico, fino alla seconda metà degli anni ‘70, il movimento operaio prima resiste alla controffensiva delle classi dominanti (anni ’50), poi è all’offensiva (seconda metà degli anni ’60 - anni ‘70, fino all’ultima grande riforma della stagione di lotta, la riforma sanitaria del 1978). In termini di periodizzazione della storia costituzionale abbiamo: 1. Armistizio fragile (1943-1955), in cui “la Costituzione venne attuata solo nelle parti che disciplinano lo scheletro della democrazia: le regole di coesistenza che rendevano possibile il non ricorso alla guerra civile”. 2. Armistizio consolidato (1956-1968): “Le prime attuazioni della Costituzione testimoniano che non era più in gioco la sua revoca”. 3. Disgelo (1969-1978), ovvero gli anni più fecondi di attuazione della Costituzione2.

- Intermezzo tra gli ultimi anni ‘70 e gli anni ’80: la linea strategica delle riforme di struttura e della via italiana al socialismo entra in crisi, le lotte sociali e sindacali subiscono una battuta d’arresto (simboleggiata dalla sconfitta alla Fiat nel 1980), mentre a livello internazionale gli USA di Reagan rilanciano a tutto campo la guerra fredda contro l’URSS. In questi anni si avvia in modo organico, corredata da un notevole apparato ideologico e mediatico che apre ampie brecce nelle file del movimento operaio e nel marxismo italiano, l’offensiva craxiana per le riforme istituzionali e costituzionali: nella Commissione bicamerale Bozzi (1983-1985) si affacciano proposte, in particolare sullo smantellamento del sistema elettorale proporzionale, che saranno attuate negli anni ’90 e successivi.

- Nel trentennio post 1989-91 il movimento operaio è sempre più nell’angolo, sempre meno organizzato politicamente e sindacalmente, senza un minimo di pensiero strategico e di forza propulsiva. Sono gli anni in cui vengono inferte ferite profonde all’assetto costituzionale italiano, in cui si intaccano e minano molti aspetti essenziali della Costituzione del 1948.

A. Viene attaccato il principio di rappresentanza democratica insito nell’architettura costituzionale: passaggio dal sistema elettorale proporzionale puro (senza soglie di sbarramento) a sistemi maggioritari: 1993, legge “Mattarella” (dal nome del relatore, attuale presidente della Repubblica), con il 75% di collegi uninominali e il 25% di eletti con il proporzionale; 2005, legge elettorale n. 270, presentata da Calderoli e da lui stesso definita “una porcata”, Porcellum, con un forte premio di maggioranza alla coalizione vincente, con un’enorme distorsione del principio di rappresentanza; 2015, Italicum, presentato dal governo Renzi e bocciato su diversi punti dalla Corte costituzionale nel 2017; 2017, “legge Rosato”, Rosatellum, con il 37% di eletti in collegi uninominali e il rimanente con proporzionale e soglia di sbarramento al 3%; per non parlare dei sistemi elettorali regionali, che, pur nella loro varietà, sono prevalentemente improntati al maggioritario e implicano in diversi casi elevatissime soglie di sbarramento (come, ad esempio, nella regione Puglia: 8%), che escludono dalla possibilità di essere rappresentati nei consigli regionali centinaia di migliaia, milioni di cittadini. 

La legge n. 240 del 12 ottobre 2019, approvata dal recente referendum costituzionale del 20-21 settembre (con l’opposizione di circa il 30% di NO), taglia il numero dei parlamentari (da 630 a 400 alla Camera, da 315 a 200 al Senato), infliggendo un duro colpo non solo al principio di rappresentanza (che viene di fatto negata a porzioni di territori e a gruppi politici anche non piccoli), ma anche alla centralità del Parlamento, la cui funzione, nella Costituzione, non si riduce all’approvazione dei disegni di legge e dei decreti del governo, ma dovrebbe espletarsi nell’attività permanente delle commissioni parlamentari, da cui con la nuova legge vengono di fatto esclusi i rappresentanti di minoranze anche consistenti. 

B. Attacco alla centralità del Parlamento e al governo parlamentare. 
Attraverso una prassi sempre più diffusa, in parte codificata nei regolamenti parlamentari, l’esecutivo ha invaso il campo del parlamento con l’abuso dei decreti legge. Il ricorso continuo ai DPCM in quest’ultimo anno di pandemia del Covid-19 si inserisce in questa tendenza negativa. La nomina presidenziale, dilagante in quest’ultimo anno, di commissioni e commissari ad hoc per diverse funzioni, al di fuori di una designazione parlamentare, costituisce un ulteriore passo nella lunga marcia di riduzione delle funzioni e ruolo del parlamento. Spostare il baricentro della vita politica dal parlamento all’esecutivo è stata ed è la direzione di marcia verso cui spinge l’attuale fase del capitalismo. La borghesia, nella sua fase rivoluzionaria antifeudale ha sostenuto la battaglia per la rappresentanza parlamentare, ancorché riservata ai soli cittadini abbienti e “responsabili” (per il primo parlamento dello stato unitario nel 1861 gli aventi diritto al voto erano meno di 420mila!); ma, quando è passata alla fase del capitale monopolistico e quando il movimento operaio e democratico è riuscito ad ottenere il suffragio universale, la classe dominante ha cercato in varie forme e modi di limitare il ruolo e le funzioni delle assemblee elettive. Nella fase attuale, il capitalismo dei monopoli finanziari ha ancor più l’esigenza di ridurre il ruolo del Parlamento, in modo che i governi possano implementare le loro direttive senza ostacoli di lacci e lacciuoli, con il minor numero di mediazioni possibile. Alcuni anni fa, nel 2013, J. P. Morgan (cfr. The Euro area adjustement: about halfway there) indirizzò un attacco esplicito e pesantissimo alle costituzioni democratiche europee – e in particolare a quella italiana – emerse sull’onda delle resistenze antinazifasciste. Il capitale ha bisogno di governi che siano alle sue dirette dipendenze, i parlamenti e le assemblee rappresentative sono un ostacolo, la partecipazione o il controllo popolare un vulnus per il dominio capitalistico. Per questo l’attacco dell’ultimo trentennio si è concentrato nel picconare la democrazia rappresentativa, le forme di partecipazione democratica, i parlamenti (e l’assalto al parlamento USA, ridotto a “bivacco di manipoli” trumpiani, non si iscrive forse, tra le diverse altre cose, nel disprezzo dei parlamenti, che costituì una base per il fascismo? In questo il populismo antiparlamentare, talora maldestramente celato dietro la narrazione e il mito della “democrazia diretta”, funge da complemento e non da contrapposizione allo smantellamento del principio di rappresentanza).

C. Passaggio al presidenzialismo, in linea con i due punti precedenti. Il tentativo più esplicito ed organico di trasformazione della Costituzione in senso presidenzialistico fu compiuto dal governo Berlusconi (2001-2006) e fu respinto nel referendum costituzionale del 2006 da più del 61% di NO. Ma intanto erano stati i governi di “centro-sinistra” a derubricare il ruolo delle assemblee elettive nei territori: prima tocca a Comuni e Province, con la legge 81/1993 che sancisce l’elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia, introducendo nell’ordinamento italiano forti elementi di presidenzialismo plebiscitario e di sistema maggioritario; poi – con un impatto ancor più pesante – nel 1999 viene riscritto l’articolo 122 della Costituzione, con l’elezione diretta del presidente della giunta regionale, cui viene conferito il potere di nomina e revoca dei componenti della giunta: si sancisce così un presidenzialismo forte, al punto che nel gergo giornalistico-mediatico è invalso l’uso di chiamare i presidenti di regione “governatori”.

L’obiettivo di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale continua ad essere centrale non solo nella destra politica conclamata – dalla Lega di Salvini a Fratelli d’Italia, con l’assenso (oggi meno deciso, ma per mere ragioni tattiche, a causa della perdita di peso politico di Forza Italia) di Berlusconi, ma anche nel “centro-sinistra”. Dichiarandosi contro una situazione “bloccata dai litigi quotidiani dei partiti”, Renzi promuove la campagna per il “sindaco d’Italia”, per l’elezione diretta del presidente del consiglio sul modello dell’elezione comunale (e dei poteri conferiti al sindaco a scapito del consiglio, dell’assemblea elettiva). E, poiché le parole non sono innocenti, un chiaro segno della tendenza a sovvertire il ruolo del presidente del consiglio definito dalla Costituzione è l’uso, ormai diffuso e dominante, di chiamarlo “premier”.

La pressione verso la trasformazione della repubblica parlamentare in presidenziale si accentuerà in misura proporzionale all’esautorazione e allo svilimento del parlamento: meno il parlamento sarà in grado di lavorare con le piene funzioni previste dalla Costituzione del 1948, meno sarà in grado di rendere effettiva l’attività di studio, elaborazione, proposta delle commissioni parlamentari, meno il personale politico che lo compone sarà culturalmente, intellettualmente, moralmente preparato e adeguato, all’altezza dell’importante ruolo di rappresentante del Paese, più si faranno strada le pulsioni presidenzialistiche. La delegittimazione del parlamento-assemblea elettiva marcia di pari passo con la richiesta dell’uomo forte al comando.

D. Rottura della Repubblica una e indivisibile. 
A partire dagli ultimi anni 80 la “Repubblica una e indivisibile” è stata messa in discussione da una formazione politica – La Lega Nord per l’indipendenza della Padania – che a più riprese ha rivendicato la secessione delle regioni del Nord. Pur non riuscendo a conseguire questo obiettivo, essa è riuscita ad ottenere – grazie ad un misto di complicità, arrendevolezza e insipienza delle altre forze politiche, indegne eredi dei padri costituenti – una serie di risposte politiche e istituzionali realizzate nel corso della XIII legislatura (1996-2001): federalismo amministrativo con le “leggi Bassanini”, l’elezione diretta dei presidenti delle regioni, e, soprattutto, la pesante revisione, gravida di negative conseguenze, del Titolo V della Costituzione, che modifica il rapporto tra Regioni e Stato, lasciando a quest’ultimo una potestà legislativa esclusiva in un limitato elenco di materie, mentre la potestà legislativa concorrente si gonfia a dismisura e si crea una nuova categoria di potestà legislativa regionale residuale ed esclusiva. Tale revisione reinterpreta il concetto di interesse nazionale; cancella i controlli preventivi sugli atti di regioni ed enti locali; prevede livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali affidati alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, così introducendo implicitamente in Costituzione il concetto di una diversità costituzionalmente compatibile tra ciò che è essenziale e ciò che essenziale non è ed è pertanto rimesso alla legge di ciascuna regione3. Elimina il richiamo al Mezzogiorno e alle Isole contenuto del testo originario del 1948. Infine, il nuovo art. 116 introduce forme particolari e ulteriori di autonomia a richiesta.

Quanto la riforma del titolo V sia stata deleteria per il Paese tocchiamo con mano oggi, quando, sotto l’attacco della pandemia, ogni regione si muove in modo differente per la sanità, la scuola, i trasporti. L’eguaglianza dei cittadini è – anche formalmente e giuridicamente – messa in discussione. La deleteria riforma costituzionale del 2001 si combinava con la deleteria legge del 1999 che istituiva il presidenzialismo regionale. Si è creato una sorta di nuovo ordine, quello dei “governatori”, tesi a preservare la loro posizione di potere, moltiplicando burocrazie e clientele. La regionalizzazione del Paese ha accresciuto il divario già esistente tra i territori, ha acuito la questione meridionale (espunta, durante quest’ultimo trentennio regressivo della storia repubblicana, dal dibattito e dall’agenda politica, cancellata da una pretesa “questione settentrionale” su cui si è costituita la Lega Nord).

Approvata la riforma del Titolo V, partono ben presto i tentativi di attivare il percorso di cui all’art. 116. In Veneto e Lombardia si svolgono nell’ottobre 2017 referendum regionali per ottenere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Subito dopo il Consiglio regionale del Veneto approva una proposta di legge per riconoscere alla regione il 90% del gettito Irpef, Ires e Iva. Lungo la stessa linea delle due regioni “leghiste” si muove anche l’Emilia-Romagna. Il 28 febbraio 2018, qualche giorno prima delle elezioni politiche generali, il governo Gentiloni, in carica solo per gli affari correnti, firma, in violazione di una prassi consolidata, un “pre-accordo”con i presidenti delle regioni richiedenti il regionalismo differenziato. Si tratta di una vera e propria “secessione dei ricchi”4, con la creazione di steccati insuperabili tra cittadini di serie A e di serie B e la violazione di principi fondamentali di eguaglianza e di solidarietà. Il governo Lega-Movimento 5 Stelle conferma e peggiora l’impianto dei pre-accordi Gentiloni, estendendo da 5 a 23 le materie di competenza regionale. Il successivo governo Conte2 non desiste dal progetto di regionalismo differenziato e tenta il colpo di mano, inserendo nella NADEF (Nota di aggiornamento al DEF) 2020 il DDL, “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, 3 comma, Cost.”, che realizzerebbe – senza neppure un dibattito parlamentare specifico – il disegno di regionalismo differenziato. Ma, grazie alla mobilitazione dei Comitati (Per il ritiro di qualunque autonomia differenziata, Rete dei Numeri Pari, Coordinamento di democrazia costituzionale), il DDL sull’autonomia differenziata viene stralciato a fine dicembre dalla Legge di Bilancio. 

Gli ultimi 30 anni hanno visto attacchi crescenti e un intensificarsi della lotta di classe intorno alla Costituzione del ‘48, che – è evidente – collide sempre più con l’attuale assetto capitalistico, la finanziarizzazione dell’economia, il predominio del capitale finanziario, la concentrazione capitalistica in strutture sovranazionali rispetto alle quali le costituzioni democratiche rappresentano un forte ostacolo. Se proviamo a tracciare un bilancio dell’ultimo trentennio esso non può che essere impietosamente negativo per il movimento operaio nel suo complesso, in tutti i campi, politico, economico-sociale, culturale. E, come abbiamo visto sommariamente, anche sul fronte della Costituzione vi sono stati pesanti arretramenti. Tuttavia, possiamo osservare che lo sfondamento generale, il sovvertimento completo della Costituzione del 1948, non si è ancora verificato: le due più corpose offensive di sovvertimento della Costituzione – promosse dal governo Berlusconi nel primo decennio del 2000 e dal governo Renzi nel secondo decennio – si sono incagliate nella resistenza espressa in due secchi e corposi NO nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016. La Caporetto della Costituzione non c’è stata; di fronte ad un’offensiva generale hanno saputo mobilitarsi forze politiche e intellettuali, l’associazionismo democratico, i sindacati; sono sorti centinaia di comitati a difesa della Costituzione. Il pensiero democratico costituzionale, pur con alcuni cedimenti e alcune falle, nel suo complesso ha retto, non ha ceduto di fronte alla forte offensiva ideologica dei picconatori della Costituzione. 

Per uscire dal trentennio negativo (possiamo battezzarlo, parafrasando un celebre titolo, “I Trenta ingloriosi”), perché rinasca il movimento operaio in Italia, perché i comunisti – in questo centenario della fondazione del PCdI – possano ritrovare nelle radici e nei punti più alti della loro storia la bussola di una linea strategica indirizzata alla trasformazione in senso socialista del Paese (e non si limitino, come è stato sostanzialmente nell’ultimo trentennio, alla pura tattica del giorno per giorno o all’arroccamento per la mera conservazione, oltretutto problematica, di se stessi e della propria più o meno piccola organizzazione), la via maestra da percorrere è quella di riproporre con forza il programma della Costituzione del 1948. Esso significa implementazione reale dei diritti sociali di cittadinanza, ampliamento e sviluppo della sanità e della scuola pubblica, programmazione economica e intervento pubblico nell’economia insieme con un’architettura istituzionale che restituisca a pieno la rappresentanza politica ai cittadini, la centralità del parlamento e il governo parlamentare, e valorizzi forme crescenti di democrazia partecipativa. 

Intorno al “programma” della Costituzione del ’48 si può costruire un ampio fronte unito, che avvii una fase di controffensiva del movimento operaio dopo “i Trenta ingloriosi”.
Note:
1- Cfr. in proposito i numerosi e approfonditi scritti di Salvatore D’Albergo. Per una utile sintesi di essi, cfr. “La Costituzione di democrazia economico-sociale”, in Movimento operaio e lotta per la Costituzione, MarxVentuno editore, 2017, pp. 48-81.
2- Cfr. M. Dogliani, I. Massa Pinto, La crisi costituzionale italiana nell’attuale fase della lotta per la Costituzione, in “Costituzionalismo.it”, n. 1/2006.
3- Cfr. Massimo Villone Italia, divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?, pdf, 2019
4- È l’efficace titolo del libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi?; Laterza, Bari 2019.