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Casella di testo: l’alleato americano. È cominciata una nuova era ma non va detto. E l’alleato americano si arrabbiadi brutto  con l’Italia che firma con la Cina quel memorandum, preparato dal governo Gentiloni e fatto proprio dal governo Conte, contenente anche le clausole di facilitazione dell’accesso delle nostre imprese in quell’immensomercato (perché l’Italia oggi esporta in Cina la metà della Svizzera). Ma gli USA non vogliono che l’Italia segua l’esempio di Grecia, Portogallo,Ungheria e Polonia, ossia dei Paesi Europei che fanno parte dei 67che nel mondo hanno già aderito al progetto “Via della Seta”. L’Italia sarebbe però la prima dei G7a non farlo e non va bene. Ed è per questo che, stizzita,si è levata “la voce del padrone”.  Ha parlato GarrettMarquis, l’autorevole portavoce del Consiglio per  la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, e lo ha fatto in termini perentori (CdS 7 Marzo 2019):”noi vediamo la Via della Seta come un’iniziativa pensata dalla Cina per l’interesse della Cina , siamo scettici sull’adesione italiana”.Poi estrae il cartellino giallo ammonitore: “Questa adesione potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia nel lungo periodo”. Gli americani sono nervosi e temono che l’Italia, ad esempio sul Porto di Trieste, possa aprire agli investimenti cinesi come ha fatto la Grecia con il Porto del Pireo. Insomma noi dobbiamo fare sempre quello che dicono loro.  Punto e a capo. Non è la prima volta che gli USA chiedono agli alleati europei di rinunciare a loro interessi. Per non ritornare al lontano  “caso Mattei” dove fu punita la disobbedienza, è opportuno ricordare che Reagan nel 1984 cercò di impedire, minacciando l’embargo, che Francesi e Tedeschi partecipassero alla costruzione del gasdotto Siberiano che avrebbe portato il gas sovietico in Europa e anche in Italia. Non fu ascoltato. Ma ieri il nemico era l’Unione Sovietica, oggi è la Cina che avanza e va fermata.  C’è chi gli americani li ascolta ed è il sovranista Salvini, quello di “prima gli italiani”, ma c’è anche chi non  li ascolta per niente come la Germania, che ha già concordato con Pechino la collocazione a Duisburg dell’immenso terminale ferroviario europeo della “Via della Seta”. Gli americani sono molto nervosi perchè si rendono conto che il progetto, che XI JIN PING è venuto ad illustrare in Europa, “è l’impresa economica di maggior respiro della storia umana” (Pino Arlacchi) ed è inarrestabile. Ed è anche la svolta, “la rivincita dell’ economia reale, della produzione e del commercio di beni tangibili  contro lo strapotere finanziario che lungo gli ultimi 50 anni ha condannato l’Occidente alla stagnazione…” (ancora Pino Arlacchi). Ed è vantaggioso per i Paesi Manifatturieri come Germania e Italia, altro che TAV. E nella svolta, che metterà in circolo più monete, dall’Euro al Rublo, dal Renminhi alle Rupie, viene già messa pesantemente in discussione la supremazia del dollaro, quella che ha consentito all’America di vivere al di sopra dei propri mezzi. Del resto il declino del sistema liberale occidentale diretto dagli USA e finora occultato, è già comprovato da un dato: se  alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale gli USA godevano di un Pil che era del 50% di quello del mondo intero, oggi, passati settant’anni, gli USA, che restano il Paese più ricco del mondo, hanno un Pil di poco superiore al 20%.  Ma è una ricchezza, la loro,concentrata solo su parte della popolazione, particolarmente quella delle coste, Atlantica e Pacifica. L’altra parte, diffusa nell’immenso centro, si ribella, per ora con il voto. Ed è la sorpresa del consenso dato a Trump, un miliardario che sullo slancio del motto “American first” (prima gli americani ci dice qualcosa?) ha dato ascolto all’altra parte  e, quindi, a operai, contadini, minatori. E sono i dazi sulle importazioni Cinesi (che però penalizzano gli industriali americani che hanno delocalizzato in Cina), il muro opposto agli immigrati, le tensioni alimentate  anche in Venezuela per impadronirsi del petrolio e coltan. Ma quel dato, il dimezzamento del Pil americano, ci dice anche altro. Ci dice ad esempio due cose: la prima è che altri Paesi sono stati  capaci particolarmente negli ultimi quarant’anni, di aumentare le loro ricchezze e sono i paesi raccolti nell’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica);  la seconda è che i Paesi che hanno già accettato di sottoscrivere intese per la “Via della Seta”, rappresentano il 50% del Pil mondiale, mentre il progetto americano WTO, elevato a contrasto, non riesce a contenere l’attrazione che esercita la sfida,  lo ripetiamo, commerciale e pacifica della Cina. Ma  per imboccare la Via della Seta bisogna uscire dalla via dell’ignoranza. Perché la Cina va studiata per capire innanzi tutto quale è stata la  molla che ha consentito, a partire dalla riforma delle “quattro modernizzazioni” del 1979 ispirata da Deng XiaoPing, di produrre in soli quarant’anni quella spettacolare performance che l’ha portata a debellare definitivamente la povertà estrema (erano 800 milioni i poveri nella Cina del 1949, alla fine della guerra civile) e oggi a sfidare il capitalismo occidentale penetrando nel cuore dello stesso Occidente (compresa l’Italia). Una performance sostenuta: dall’orgoglio, dalla determinazione, dalla voglia di riscatto del popolo; da un sistema di economia mista diretta dallo  Stato in tutte le sue articolazioni; da un gruppo dirigente selezionato dal Partito Comunista Cinese. La Cina è ben altra cosa rispetto a quello che era diventata l’Unione Sovietica, di cui in Cina non si vogliono ripetere quegli errori che portarono al suo  crollo e alla famosa profezia di Fukujama sulla “fine della storia”. Profezia errata (non ne azzeccano una) perché è cominciata un’altra storia, è cominciata una “nuova era”: il secolo cinese appunto.  Ma la Cina lascia alle spalle un altro secolo: quello delle umiliazioni. Un periodo oscuro che si inaugurò a metà dell’800, quando la Regina Vittoria d’Inghilterra per pagare l’importazione di the dalla Cina impose all’Impero Quingil pagamento non più in argento ma in oppio, che prendeva in India. E lo impose con le armi, con i narcos di Sua Maestà, con le cannoniere nei porti, le concessioni, con il saccheggio di quel ricco Paese che allora rappresentava il 33% del Pil mondiale. E sbarcarono in Cina corpi di spedizione da tutto il mondo, fucile in una mano e il  Vangelo nell’altra e, ovviamente, arrivarono anche gli italiani. E il Pil cinese venne abbattuto al 5%. Decollò da allora il periodo della fame, della carestia che opprimeva un popolo che l’Occidente (e i Giapponesi)arrivò a considerare di sottouomini. E quando i Cinesi scappavano, per cercare lavoro e ritrovare dignità e sbarcavano sulle coste occidentali degli Stati Uniti, venivano considerati di livello inferiorepersino rispetto ai neri. È questa la storia che oggi viene raccontata ai bambini cinesi, ai quali si ricorda anche che a cacciare gli invasori occidentali (e Giapponesi) e poi a sconfiggere i nazionalisti del Kuomintang, a rifondare la Repubblica e a far alzare la testa a un grande popolo umiliato, furono in comunisti dell’Armata Rossa. Ecco spiegata la determinazione attuale di un  grande popolo che ha sollevato la testa, ma non dimentica e, oggi,  sostiene una visione del mondo in cui non si dica “prima i cinesi” ma “prima l’uomo e il destino del pianeta”. Due grandi progetti sostengono concretamente la visione: la “Via della Seta” è il più affascinante e anche il più noto, l’altro è il progetto “Made in China 2025” con cui la Cina si propone di diventare il Paese tecnologicamente più avanzato di tutto il Mondo. Non più quindi l’Officina Manifatturiera del Pianeta, come era diventata la Cina nella prima fase della sua rinascita (dal1979), ma il centro propulsivo mondiale dell’ingegneria e dell’innovazione. C’è ancora chi non ci vuole credere ma, mi domando, era pensabile solo dieci anni fa che i Paesi Occidentali, compresa l’Italia, acquistassero oggi sistemi cinesi per le telecomunicazioni come 5G di Huawey?  Ed è patetica la reazione americana, sempre loro, c he paventa il rischio delle informazioni che potrebbero finire in mano cinesi mentre, non so in base a quale diritto, dovrebbero essere possedute solo da loro. Insomma, per ora sottotraccia ma mica tanto, è già dispiegata la guerra fredda commerciale in cui gli Stati Uniti non vogliono abbassare il  loro tenore di vita, finora garantito non solo dai Paesi che opprimonoe presidiano in armi, ma anche dai Paesi alleati. Sarà solo fredda la guerra del futuro? Gli Stati Uniti prenderanno  tranquillamente  atto del sorpasso? Trent’anni fa, in Piazza Tiennamen, l’Occidente provò a frenare il miracolo  cinese avviato solo da un decennio. A Pechino allora si precipitò in affanno anche Gorbaciov, che cercava di esportare in Cina il modello che  avrebbe portato all’implosione dell’URSS e del PCUS. Dietro la finta bandiera della Democrazia in Piazza Tiennamen si voleva impedire che un popolo uscisse dalla povertà, per farlo divenire all’opposto preda del Fondo Monetario Internazionale, con la Cina frazionata in più Paesi al servizio dell’Occidente. L’Occidente, comprese le sinistre chiacchieronedei salotti di casa nostra, agitava la bandiera della democrazia ma pensava al grande banchetto offerto dal mercato di braccia da sfruttare. Tiennamen fu un passaggio doloroso ma i nemici della Cina non passarono. Ci riproveranno, questo è certo, ma oggi dovranno fare i conti con un mondodiventato nel frattempomultipolare senza più un paese  egemone. Ma dovranno fare anche i conti con un Paese capace di grandi trasformazioni per il sommarsi di tre ragioni: la prima, è che in Cina il potere oggi è saldamente nelle mani di un Gruppo Dirigente  che si è dimostrato capace di costruire ricchezza e distribuirla, senza mai aggredire altri Paesi, questa la differenza con gli USA; la seconda, è data da un popolo, in Cina e anche oltremare, orgoglioso e determinato, particolarmente i giovani cinesi che, a differenza di quanti in occidente parlano solo di diritti umani calpestati, vedono il loro sistema politico che è stato capace di riscattarli dalle umiliazioni imposte alla Cina dalle grandi potenze dell’Occidente e del Giappone; la terza è il Partito Comunista formato a tutti i livelli da quadri selezionatissimi, preparati, colti. In conclusione se si cammina in tanti e in pace sulla Via della Seta si dissuadono i propositi guerrafondaidegli americani e della Nato. Verrebbe da concludere con Massimo Fini:” Via della Seta, via dalla Nato”. ■ 

Bernard-Henri Lévy a Milano di Tiziano Tussi

BHL si presenta oramai da decenni come una somma di luoghi comuni liberali con marchio ebraico-israeliano. Infatti, il monologo si pensa venga alla luce a Sarajevo, luogo topico delle schifezze dei comunisti in Europa o comunque di chi ha fatto politica a fianco di dittatori europei, russi in primis, di qualsiasi credo. Sarajevo è il luogo che ricorda la shoah ebraica e BHL, ebreo, lo prende come motivo delle sue riflessioni sull’Europa. A teatro grande attenzione e misure di sicurezza decisamente fuori luogo. Metaldetector, divieto di portare bottigliette d’acqua in sala. Un po’ come all’aeroporto, in special modo quando si parte per Israele. Al di là dello spettacolo, che non ho visto, basti il cartoncino di presentazione. Vediamolo. Dopo l’inizio motivazionale per lo spettacolo – Looking for Europe – tra i punti cardine dello stesso si scrive che l’Europa ha fatto “guerra alla guerra, da mezzo secolo” – ma allora poco si capisce di ciò che è accaduto a Sarajevo, che notoriamente è in Europa – “alla tirannia totalitaria” – ma in Polonia, Ungheria, e fermiamoci qui, che governi ci sono?!? – “alla miseria” – proprio nei giorni della partenza in Italia del reddito di cittadinanza verso 5mioni di poveri.

Dopo queste iniziali perline ve ne sono altre ben più consistenti. Si accomunano, tra gli anticorpi al razzismo e soci, che decisamente sono di casa ora in Europa, personaggi come Dante e Goethe a Václav Havel. L’ultimo del trittico è un valente letterato, cha ha ricoperto la carica di presidente della repubblica ceca, dopo il crollo del comunismo, lui certo anticomunista, ma non importa qui la sua ovvia posizione politica, importa che si venga accomunato ad immortali come Dante o Goethe, come se anche lui fosse a quel livello. Accostamento letterario e storico decisamente insostenibile. Ma la presentazione scritta spinge ancora sul tema di accostamenti insostenibili. Poco oltre si parla di Europa che vuole “fare risorgere lo spirito di Spinoza…di Lech Walesa o di Picasso”. Una indecenza che continua e si allarga, specialmente accomunare Spinoza a Walensa, come mettere assieme ciliegie ed escrementi di cane. Non si capisce l’aggiunta di Picasso. 

Poi per chiudere mette assieme, come problemi per l’Europa moderna, i gilet gialli con i demagoghi di destra e di sinistra in Italia, le dittature illiberali del centro Europa. Si capisce poco e si fa finta di capire tutto. Chi sono i populisti di sinistra in Italia (?), chi sono gli illiberali nell’Europa centrale (la Germania forse? Giammai!). Insomma, un bell’intruglio che gira per i teatri d’Europa sulla scia di un percorso politico e letterario personale di BHL, che era partito negli anni ’70 da sponde gauchiste, maoiste per la precisione, per approdare all’illuminazione liberale che raccoglie il meglio del peggio. In fondo questo è il migliore dei mondi possibili, solo non ci fossero quei disturbatori seriali, comunisti, che rovinano tutto.■