Documenti e Articoli

(Continua da pagina 1)  - La Rivoluzione d’Ottobre continua - di Bruno Casati      

liberamente estratta da alcune pagine del recente libro di Angelo D’Orsi “1917, l’anno della Rivoluzione” Editore Laterza). Ingenuità del popolo, stolta crudeltà dello Zar. Ma è proprio in quel giorno tragico, che si ripeterà mesi dopo a Mosca, che si avvia la Rivoluzione Russa. Una rivoluzione che non dispone né di una guida, ne di una strategia: è un Movimento. E tale resta anche 12 anni dopo quando, nel Marzo 1917, ancora il popolo di Pietrogrado in rivolta, sempre per il pane, la pace e la libertà, si trova di nuovo schierati davanti i soldati dello Zar che, questa la novità, si rifiutano di sparare e si ammutinano: “la guarnigione della capitale ha issato la bandiera rossa”, così Leone Trotsky nella sua fondamentale “Storia della Rivoluzione Russa”. Ma chi poi avrebbe dovuto prendere la testa della ribellione popolare? Di questo si discuteva da gran tempo tra i rivoluzionari russi costretti all’esilio. Se ne discusse già nel 1903, nel II° Congresso del POSDR (il Partito Operaio Socialdemocratico Russo che Plechanov fondò nel 1898), che si svolse prima a Londra poi a Bruxelles. La discussione, in quell’occasione e non solo, fu accesa e Lenin, che svilupperà  compiutamente il suo pensiero nel saggio “un passo avanti e due indietro”, si trovò in contrasto con i suoi stessi compagni (e poi con la stessa Luxemburg) sulla natura da imprimere a quel Partito che avrebbe dovuto dirigere il processo. Il contrasto era sui criteri di ammissibilità allo stesso Partito e poi sulla concezione centralistica da imprimere alla sua direzione. Questa divergenza profonda attraversò i moti del 1905 e si ripresentò nel marzo del 1917 in quella che venne poi ricordata come la “Rivoluzione di Febbraio”.  In verità il contrasto principale tra i rivoluzionari russi, in quei primi mesi del 17, non fu tanto sul carattere del partito ma su altro. Perché i Menscevichi, che erano una delle correnti del POSDR, sostenevano che, per l’arretratezza del Paese, doveva essere la borghesia a guidare il movimento di lotta. Di posizione diametralmente opposta i Bolscevichi, l’altra corrente del POSDR, ritenevano che quel ruolo spettasse alla classe operaia in alleanza con i contadini, che erano la stragrande maggioranza del popolo, e aggiungevano che lo strumento decisivo per esercitarlo, quel ruolo, dovesse essere, appunto, il Partito. Questione non da poco quella così dispiegata alla quale guardavano, partecipi, anche i rivoluzionari di altri Paesi Europei tra i quali, ad esempio, Jean Jaurès, il fondatore dell’Humanitè, arrivato a scrivere, ben prima del fatidico 17 (Jaures viene assassinato nel 1914) che il popolo russo non avrebbe dovuto affidarsi all’ambiguità delle Classi Medie ma “all’energia indomita del proletariato delle officine e all’immensa riserva di forze dei contadini spogliati ed esasperati”. Ma, schierato contro il regime zarista non esisteva in Russia solo il proletariato “dei campi e delle officine”. Più defilati, e oltretutto in contrasto profondo tra loro, si collocavano sia i settori conservatori della Borghesia come quelli liberali, mercantili, della stessa. I primi pensavano che lo Zar Nicola II e la sua Corte dovessero essere tolti di scena, liquidati, prima che, con il loro  crollo annunciato, travolgessero anche i loro privilegi di casta e, quindi, costoro tramavano con l’Impero Germanico per sottoscrivere una pace separata. I secondi, invece, erano per la prosecuzione della guerra che, si fosse conclusa vittoriosamente, avrebbe dischiuso nuovi profittevoli mercati, dal Mediterraneo sino addirittura a Costantinopoli. Ma, per avere successo, questa cinica linea di condotta  -che mandava al macello il proletariato russo per far guadagnare i mercanti russi – voleva anch’essa che fossero allontanati Nicola e la sua Corte corrotta, ormai impresentabile in Europa. La borghesia russa, in sintesi, diverge sul tema della guerra, ma converge sulla liquidazione degli Zar. La questione ovviamente non sfugge all’Impero Germanico, al nemico del tempo, che ha tutto l’interesse ad alimentare le ribellioni che esplodono nelle città russe come tra i soldati al fronte.  Così facilita il ritorno in patria dei rivoluzionari russi in esilio, alla fin fine gli unici che possono cacciare lo Zar. Lenin fu accusato, al suo rientro, dopo aver attraversato l’Europa con il famoso treno blindato, di essere un agente al soldo dei tedeschi e dovette nascondersi di nuovo. È in questo contesto che l’effetto scontato della “rivoluzione di febbraio” diventa l’abdicazione di Nicola II a favore del fratello Michele, che però rinuncia. Nasce così la Repubblica e la borghesia liberale, in assenza di alternative, assume il governo del Paese ed il controllo della DUMA, il Parlamento. Ma  la guerra continua. Da quel Febbraio la Duma, per breve periodo, diventa ”il Centro di resistenza” della Borghesia. Ma è nato un altro Centro, antagonista e competitivo con quello della Borghesia: ed è il Soviet, “Centro di Resistenza Democratica e Socialista”. Una diarchia in conflitto. Ma arriva il momento della resa dei conti. Però anche il Soviet è diviso tra Socialdemocratici (nelle due richiamate correnti dei Menscevichi e Bolscevichi) e i Socialisti  Rivoluzionari, i Populisti Narodnicki, che sono la maggioranza. E mentre i moti di Pietrogrado a macchia d’olio si propagano nell’immensa Russia e raggiungono Mosca, il loro eco si diffonde in tutta Europa nel dibattito tra i Marxisti che si interrogano: “fermarsi allo stadio democratico? O portare avanti la Rivoluzione? E trattasi davvero di Rivoluzione Marxista? O è una rivoluzione borghese e tale non può che essere? “(sempre Angelo D’Orsi nel già citato libro). Poi con il 7 novembre tutto il potere passa nelle mani dei Soviet di cui i Bolscevichi hanno conquistato la maggioranza. E comincia un’altra storia.

La Storia dell’Unione Sovietica, che durerà 74 anni.

Ma, ritorniamo all’Ottobre, e domandiamoci perché i Bolscevichi di Lenin e poi di Trotsky, si affermano nei Soviet e poi tra le masse? La risposta è semplice: perché in questo contesto, i Bolscevichi furono gli unici a mettere la pace al primo posto del loro programma e ciò consentì loro di conquistare i consensi, oltre degli operai, anche dei soldati, che erano in larga misura contadini poveri (sono 12 milioni i soldati al fronte  su una popolazione di 170 milioni di abitanti). La pace era indispensabile, ma i Bolscevichi seppero farla diventare inevitabile. Paradossalmente, la conquista del potere fu una operazione semplice in quanto il regime zarista prima e il Governo provvisorio poi non erano in condizione di reggere all’offensiva Sovietica che li spazzò via. I problemi per il Governo Sovietico si presentarono subito dopo. Perché in  Russia cala la produttività industriale, aumentano i furti, il freddo e la carestia faranno 5 milioni di morti, le  città si spopolano con gli abitanti che cercano cibo fuggendo nelle campagne (Pietrogrado passa così da 2,4 milioni di abitanti a 722mila ). Perché l’Ucraina fa mancare il 35% dei cereali al resto dell’Unione, e la piccola borghesia rurale dei Kulaki nasconde il grano. Perché ancora  nella guerra civile che prosegue fino al 1923, i bianchi riconquistano un milione e mezzo di KM quadrati. Il malcontento perciò esplode: ed è la rivolta degli operai delle officine Putilov, sedata dai marinai della Base Navale di Kronstadt che, mesi dopo, si ribellano a loro volta e saranno repressi nel sangue. Tremendi gli ostacoli iniziali con cui l’Unione Sovietica deve misurarsi. il che mi fa dire che la Rivoluzione non si è conclusa nell’Ottobre ma è proseguita con contraddizioni, tragedie come la distruzione della vecchia guardia bolscevica, ed errori. Ma anche con innegabili successi, in quanto, l’Unione Sovietica” ha spuntato le armi all’imperialismo più aggressivo, ne ha ridotto i margini di manovra e lo strapotere internazionale, ha contribuito in modo determinante alla sconfitta del Fascismo e del Nazismo, lottando in seguito con estrema coerenza per la pace e la distensione tra i popoli” (così Luigi Longo, alla celebrazione del 60° della Rivoluzione). Ma oggi l’Unione Sovietica non c’è più e quindi, il 100° Anniversario dell’Ottobre cade dopo un quarto di secolo dal crollo del primo Stato Socialista della Storia dell’Umanità, che fu l’espressione geo-politica di quell’Ottobre. Quello Stato fu cancellato, politicamente e geograficamente,  non dalla cosiddetta “piattaforma di Eltsin”, ma dalla crisi profonda dovuta all’esplosione dei nazionalismi, certo pilotata dall’esterno, ma che faceva perno,  all’interno, sulla penuria dei beni essenziali e sulla corruzione diffusa. Negli ambienti di certa Sinistra Europea si indicò in Gorbaciov il responsabile del crollo. Certo Gorbaciov ebbe le sue responsabilità, ma le maggiori vanno attribuite a gruppi dirigenti sovietici che via  via si sono allontanati dallo spirito dell’Ottobre: e così si sono allontanati dal popolo. E il popolo non ha reagito, non si è ribellato al crollo del sistema. Poi la reazione ha fatto il suo. L’Ottobre e il processo che l’ha partorito non portano, e questo va detto con forza, le responsabilità per la fine dell’Unione Sovietica. Esattamente come la Rivoluzione Francese non ha in sé le colpe per il colpo di Stato del 18 brumaio che spianò la strada a Napoleone e all’Impero.

Ma al di là delle  cause che l’hanno resa possibile, la fine dell’Unione Sovietica è stata un colpo mortale per il proletariato del pianeta, e se fu salutata con entusiasmo dalla reazione, dalla borghesia, e anche da certa sinistra liberal-democratica, fu guardata con sconcerto e smarrimento da altri, perché quella fine poteva significare, e in gran parte significò, la vittoria del libero mercato portatore di tragedie sociali, dalla guerra alla povertà. Quella fine poteva significare l’avvento di un mondo unipolare sotto il comando unico, economico e militare, degli Stati Uniti. Se oggi non è così, è solo perché è esploso il fenomeno Cina che però è un’altra cosa. I lavoratori occidentali, compresi quelli italiani, sopratutto quelli italiani  potrebbero spiegare cosa ha significato per davvero la scomparsa di quel gigantesco contrappeso, antagonistico al modello capitalistico costituito, con tutti i suoi difetti dall’Unione Sovietica. Farebbero rilevare che  le conquiste strappate dal proletariato anche italiano, guidato dal PCI e  dalla CGIL, non sarebbero state possibili senza l’ombra immensa che l’Unione Sovietica gettava sull’Occidente, ben oltre quindi i suoi confini. E allora il capitalismo doveva, era costretto, a negoziare. Finita l’Unione Sovietica, spenta la sua influenza,  è da un  quarto di secolo che i lavoratori debbono ritornare alla borghesia tutte le loro conquiste del dopoguerra. E oggi si subisce in silenzio perché è scattato un nesso tra la caduta del cosidetto socialismo reale e l’estrema debolezza che hanno le posizioni di quanti tuttora generosamente si richiamano al socialismo egualitario. Un’intera generazione è stata così cancellata dall’orizzonte  sociale: una catastrofe antropologica anche se per fortuna esistono, sopravvivono, isole di resistenza. Se questa è la realtà, domandiamoci, ha ancora un significato ricordare il giorno della Rivoluzione Russa?

 Noi vogliamo celebrare l’anniversario della Rivoluzione per due ragioni: ricordare il passato e cercare di capire meglio il presente. Due cose da tenere insieme. Il passato è rappresentato dalla realizzazione di un sogno: quello di chi non aveva niente e diventa padrone di tutto. Immensi i problema che incontra, i sacrifici che sopporta, gli errori e i crimini che sono stati commessi. Ma, con questo, in settantaquattro anni  è partito il primo esperimento di riscatto della classe lavoratrice che ha dato spinta ai movimenti di liberazione dei popoli coloniali (che venivano per davvero “aiutati a casa loro”). Se poi il processo è rallentato sino a bloccarsi non  vuol dire che la Rivoluzione d’Ottobre abbia perso il suo valore. In Russia come nei Paesi Socialisti (fanno eccezione, ognuno con la sua peculiarità, la  Cina, Cuba, il Vietnam, e anche la Corea del Nord) è finito il sistema socialista come sistema egemone ma non è finita l’esperienza socialista.  Con le sue contraddizioni,  essa si presenta nel Latino America in forme originali impensabili anni fa. L’esperienza socialista è destinata ad essere ripensata e rielaborata dalle classi operaie e, come sempre accade nei processi storici, prima o poi si dimenticheranno gli aspetti negativi delle esperienze precedenti e si rivaluteranno gli aspetti essenziali e positivi. Mario Alinei, ricordando a Milano il 73° Anniversario dell’Ottobre, concludeva così: “l’esperienza socialista è destinata a tramandarsi di generazione in generazione, a diventare ispirazione di lotta politica, finchè non si affermerà in modo più maturo, quando la classe operaia si accorgerà  di essere stata derubata di un bene prezioso”.

La Rivoluzione d’Ottobre non è che l’inizio.

 

———————————————-

 

(Continua da pagina 1) - Una grande rivoluzione che ha indicato la via della liberazione dal capitalismo - di Rolando Giai-Levra

La base politica dell’U.R.S.S. è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sviluppatisi e consolidatisi in seguito all’abbattimento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato.”(Capitolo I - Struttura della Società - Edizioni in lingue estere Mosca 1947).

 

È su questo punto specifico di quella grande esperienza storica compiuta dal proletariato e dai bolscevichi in Russia, che è possibile trovare le risposte sulla missione storica della classe operaia la cui esistenza viene offuscata e messa in discussione in ogni modo dalla propaganda borghese e riformista, soprattutto alla luce della cosiddetta rivoluzione industriale 4.0. È necessario comprendere a fondo la struttura di tali strumenti che la classe operaia ha generato spontaneamente, per poter svolgere la sua funzione di controllo e di gestione dell’Organizzazione del Lavoro e della Produzione, per creare un proprio stato e un proprio governo. Con i Soviet la classe operaia si è resa protagonista del processo rivoluzionario ed è su tale questione, insieme alla costruzione del Partito Politico, che la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin e dal P.C.b. dell’U.R.S.S. ha posto la questione centrale dell’autonomia, dell’egemonia e della conquista del potere da parte della classe operaia.

 

Per i comunisti è importante affrontare tale questione in modo organico per costruire le condizioni; affinché, la classe lavoratrice diventi classe dirigente e dominante come è stato messo ben in evidenza sul piano politico e ideologico non solo da Lenin prima, durante e dopo la grande Rivoluzione d’Ottobre; ma, nel contempo da Gramsci nei suoi scritti politici durante il biennio rosso (1918/1920) in Italia e poi nella vasta e profonda elaborazione contenuta nei suoi quaderni del carcere.

 

Con la Rivoluzione d’ottobre che aveva posto fine allo zarismo, all’autocrazia e al dominio dei capitalisti in Russia, si è aperta appunto una nuova fase della lotta di classe nel mondo e il significato di ciò che rappresentava il Soviet ("Consiglio") per la classe operaia, Lenin lo ha spiegato così:

 

”Che cosa è il potere Sovietico? Quale è la natura di questo nuovo potere che nella maggior parte dei paesi non si vuole e non si può ancora capire? Il tratto essenziale, che attira sempre più gli operai di ogni paese, è che lo stato, prima amministrato in un modo dai ricchi e dai capitalisti, oggi, per la prima volta, è amministrato, e su scala di massa, proprio dalle classi che il capitalismo opprimeva...” (“Che cos’è il potere Sovietico?” - Opere Complete - Volume 29° - pag. 226 - Ed. Riuniti.)

 

Il problema del controllo e della gestione dell’organizzazione del lavoro e della produzione in fabbrica (intesa da Marx nell’estensione dei suoi rapporti economici e non certo come singola unità lavorativa), ha rappresentato il terreno del conflitto fra le classi in cui i lavoratori, di volta in volta, si sono misurati e si misurano anche oggi con le loro lotte contro il grande capitale per la conquista della propria autonomia di classe.

 

È un terreno di ricerca su cui sviluppare alcuni elementi teorici sull’evoluzione dell’organizzazione operaia che sono fondamentali per il movimento comunista nazionale ed internazionale e che per lungo tempo sono stati negati dal riformismo e dalle varie socialdemocrazie interne ed esterne al P.C.I. Le esperienze dei Soviet in U.R.S.S. e dei Consigli di Fabbrica in Italia hanno rappresentato, in forme, tempi e luoghi diversi, strumenti di potere che hanno permesso alla classe operaia e alle masse lavoratrici di svolgere tutti i compiti che si erano posti di fronte a loro. Gramsci, nei suoi scritti, descrive le strutture consiliari così:

 

“[…] il sistema dei Consigli di Fabbrica è l’espressione storica concreta della aspirazione del proletariato alla propria autonomia […]” – “[…] Il Consiglio di fabbrica è il modello dello Stato proletario. Tutti i problemi che sono inerenti all'organizzazione dello Stato proletario, sono inerenti all'organizzazione del Consiglio […] L'esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia. […]” (Sindacati e Consigli "L'Ordine Nuovo", 11 ottobre 1919).

 

Tali strutture avevano un duplice compito: quello del controllo e della gestione della produzione e del lavoro strappati dalle mani dei capitalisti e quello di conquistare il potere per istaurare il proprio governo con la propria democrazia operaia e sostituire il governo e la democrazia parlamentare della borghesia. È importante evidenziare che dopo le esperienze dei Soviet in URSS e quelle dei C.d.F. nel biennio rosso, esse si sono riproposte nel nostro paese anche negli anni ’60, soprattutto nella loro fase più alta che è stata denominata “Autunno Caldo”. Esperienze che, dalla lotta di Liberazione, hanno rappresentato l’espressione più avanzata della lotta di classe nel nostro paese, in cui i lavoratori avevano dimostrato di aver acquisito la coscienza di classe dirigente, attraverso grandi lotte di massa.

 

Intellettuali e burocrati sindacali che fungono da cinghia di trasmissione del riformismo hanno diffuso mistificazioni dicendo che i C.d.F. del 1969 erano diversi da quelli del biennio rosso. In realtà, tali organismi, pur in tempi e condizioni diverse, si sono sviluppati sullo stesso terreno dei rapporti di produzione capitalistici e con funzioni identiche che hanno sempre messo in discussione il potere del capitale e il suo apparato statale. Perciò i capitalisti hanno sempre combattuto senza esitazione e con intransigenza tali strutture per eliminarle e farle sostituire dalle vecchie Commissioni Interne con compiti meramente aziendalistici. Non a caso, nel corso degli anni, il riformismo ha operato scientemente per mutare la natura dei consigli, per trasformarli in appendici delle burocrazie sindacali nei luoghi di lavoro fino alla loro totale metamorfosi. Tali mutamenti sono avvenuti nel momento in cui le Organizzazioni Sindacali si sono poste come delle superstrutture delle istituzioni consiliari e il Partito Comunista non ha più egemonizzato con una linea di classe tra i lavoratori.

 

L’offensiva della Confindustria e delle forze politiche conservatrici e reazionarie, favorita dalle forze socialdemocratiche interne ed esterne allo stesso PCI, contro l’imponente movimento dei consigli dei delegati che andava affermandosi, giunse al suo culmine con la sconfitta delle lotte operaie della Fiat (negli anni ‘79/’80) che segnò l’inizio della caduta fino allo smantellamento definitivo delle strutture consiliari con l’intesa-quadro tra CGIL-CISL-UIL nel 1991, che coincide con lo scioglimento del P.C.I. e poi nel 1993 con il famigerato accordo sulla concertazione tra Sindacati, Governo e Confidustria.

 

Con quell’accordo si è voluto sancire la fine della democrazia operaia e dell’intervento diretto dei lavoratori sull’o.d.l. e l’o.d.p. in fabbrica. Così, ebbe inizio un drastico ritorno al passato istituendo le R.S.U come oggi le conosciamo e cioè degli organismi senza alcun potere. Esse rappresentano il sindacato esterno in fabbrica, il cui compito è limitato solamente alla gestione e alle operazioni dei problemi interni delle singole Aziende, Compito esattamente uguale a quello che avevano le vecchie Commissioni Interne negli anni ’10 e nei  primi anni ’60 del 900 prima.

 

I comunisti sanno che oggi siamo di fronte a un movimento mondiale di salariati diviso e frammentato, debole e impotente, che subisce i colpi dell’offensiva del grande capitale, ma nel contempo sanno anche che questo movimento reale ha in sé tutte le potenzialità di risollevarsi e di acquisire la propria coscienza di classe per riprendersi in mano il proprio destino.

 

È necessario guardare con attenzione i processi industriali e di proletarizzazione di massa che sono avvenuti e che avvengono nel mondo e nel nostro paese. La ricerca e l’applicazione della scienza e della tecnica hanno prodotto nuove tecnologie che hanno dato il via alla nascita di elaboratori sempre più potenti e alla produzione di macchine altamente automatizzate che hanno prodotto modifiche nell’organizzazione di fabbrica. Le trasformazioni avvenute nella struttura industriale hanno influenzato la stessa fisionomia della classe operaia ma non hanno cambiato la sua natura e i suoi rapporti di produzione con il capitale che sono ancora più profondi ed estesi di prima e da cui rifiorisce l’attualità dell’analisi di Marx sul lavoro salariato, l’automazione, la contraddizione capitale e lavoro, la produzione del profitto, ecc.

 

E proprio per il fatto che non sono mutati i rapporti di produzione capitalistici e sulla base dell’esperienza storica e della prospettiva socialista indicata dalla Rivoluzione d’Ottobre, non si può escludere la ricomparsa di una nuova generazione di strutture consiliari sulla scena della storia nel nostro Paese o in qualche altra parte del mondo. Una tale ipotesi non è affatto campata in aria, perché, storicamente, i Soviet nacquero nel 1905 a Pietroburgo, poi vennero soppressi dallo Zar e poi si riformarono nelle fabbriche nel febbraio del 1917 prima della rivoluzione. Anche i Consigli di Fabbrica in Italia nacquero prima della fondazione del Partito Comunista con l’esperienza dell’ordine nuovo di Gramsci e poi vennero soppressi dai capitalisti, dalle forze reazionarie con l’attivo sostegno dei riformisti la cui politica favorì poi, oggettivamente, la salita al potere del fascismo.

 

Le classi dominanti hanno usato con molta abilità le loro ideologie attraverso diversi canali per disarmare i lavoratori e smantellare i Consigli di Fabbrica che rappresentavano un nuovo ordine sociale alternativo alla società capitalistica. La nascita spontanea dei Consigli di Fabbrica non è avvenuta casualmente, ma ha risposto a profonde necessità della classe operaia, del lavoro e della produzione di generare una propria organizzazione funzionale ad un sistema più avanzato del capitalismo e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Nel 1969 come nel biennio rosso, tale percorso è stato boicottato, rallentato e poi interrotto nel nostro paese da tanti ostacoli attraverso cui sono stati creati, poco alla volta tutti i presupposti ideologici con i quali si è voluto far credere a tutta la società, dopo lo scioglimento del P.C.I. e dell’U.R.S.S. che non vi era più alcuna necessità di un’organizzazione politica dei lavoratori, i quali giunti ormai al loro termine storico avrebbero, quindi, dovuto dichiarare una resa incondizionata al dominio delle classi dominanti del nostro Paese. Abbiamo conosciuto le peggiori e più degenerative teorie legate agli interessi dominanti del capitale come la fine della classe operaia, del lavoro, degli stati nazione, delle classi, delle ideologie, della storia, ecc...

 

Un voluto catastrofismo ideologico, in realtà per disarmare i lavoratori e dire fine all’organizzazione economica, politica e ideologica della loro classe e lasciare libera la classe dominante di passare al massacro sociale. Infatti, i processi degenerativi del capitalismo hanno riprodotto il lavoro nelle sue forme primitive di sfruttamento e portato alla loro fine il lavoro regolare e a tempo indeterminato, il lavoro con i diritti e del diritto al lavoro che sono state sostituite dalle forme più brutali di totale precarietà e flessibilità, come il lavoro a domicilio e minorile, il prolungamento della giornata lavorativa con masse di ore straordinarie e turni irregolari, il lavoro a chiamata, il lavoro nero e il caporalato, ecc.

 

Molti si sono arresi di fronte a tale offensiva, ma i comunisti non intendono farlo e vogliono continuare a portare avanti la lotta. È necessario rimettere in campo tutto il sapere collettivo per riunificare organicamente le forze produttive e lavorative e per unire i comunisti se si vuole agire con coerenza in funzione della lotta di liberazione della classe lavoratrice dallo sfruttamento capitalistico come ci è stato indicato dai principi della grande Rivoluzione proletaria del 1917 guidata da Lenin e dal P.C.b. dell’U.R.S.S. che ha rappresentato la via con cui i Soviet e la classe lavoratrice giunsero al potere in Russia.