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Casella di testo: che sono gli ultimi. Il permanere di questo conflitto, ci sono dei partiti che ci campano mantenendolo aperto, comporta che venga frenato quello indirizzato verso i poteri forti che usano la città per i loro interessi e calpestano quelli dei ceti popolari, che devono pertanto restare divisi a beccarsi reciprocamente, come i polli che Renzo Tramaglino portava verso la pentola del notaio Azzeccagarbugli. Tutto ciò avviene in una Milano che, nel corso degli ultimi dieci anni in particolare, è cambiata e, riconosciamolo, l’EXPO nel bene o nel male, ha impresso la spinta propulsiva per il cambiamento (ora resta un’area tristemente dismessa). Ed è cambiata anche antropologicamente. Utilizzo una metafora per illustrarlo:quella del cortile di via Spallanzani, in cui apre la sede il nostro Centro Culturale Concetto Marchesi. Sul cortile si affacciano tre teorie di milanessime ringhiere dove, sui ballatoi di ognuna, si aprono gli appartamenti che, nel dopoguerra, erano abitati da famiglie proletarie, ora dei tramvieri ora dei piccoli impiegati delle Poste o del Comune. Oggi la vecchia ringhiera è un brand, vi abita ancora qualche famiglia resistente di lavoratori e pensionati, ma è sopraggiunta una nuova leva –composta da professionisti rampanti, dirigenti, brokers, creativi futuristi- che ha fatto ristrutturare dagli architetti i vecchi alloggi e, questa neoborghesia arrogante, si vergogna di convivere sullo stesso ballatoio con i residui proletari. E li vuole cacciare. Le riunioni dell’Assemblea  Condominiale, che si tengono nei locali del nostro Centro Culturale sotto lo sguardo severo di Marx  e Lenin che le seguono dall’affresco, sono vere e proprie scene di lotta di classe in un interno: i ricchi contro i poveri. Ecco, il cortile della metafora allude alla faglia materiale che divide la citta, come del resto divide molte grandi città dell’Occidente, tra neoborghesia  (il centro) e neoproletariato (la periferia). La neoborghesia del capitalismo personale, della new economy, del lavoro indipendente, della conoscenza. Il neoproletario del lavoro intermittente, dei lavoratori dei servizi, dei piccoli negozianti espulsi dal loro esercizio, degli immigrati e di un ineditolumpenproletariat urbano. Due classi contrapposte. Con un riflesso che da antropologico diventa politico. Ed è molto interessante a tal proposito rilevarlo: perché i benestanti, quelli che nel passato si riconoscevano in Malagodi e poi, dopo Craxi (che ne fu la levatrice) votarono Berlusconi (Dell’Utri fu eletto nella zona 1), oggi, abbagliati dalla nuova “Milano da bere” che avanza dopo l’EXPO, votano Pd. E i meno abbienti quelli che una volta votavano a sinistra, come sulla ringhiera del nostro cortile, oggi non trovando più un partito che si schiera per rispondere ai loro bisogni, o non votano o votano Lega e M5S. Sulla nostra ringhiera succede esattamente questo. È intervenuto pertanto un rovesciamento, più o meno come negli USA , dove è un miliardario fascistoide che dà voce ai ceti popolari abbandonati dai democratici che invece vengono votati dalle élites delle ricche città costiere. Ma oggi il centro benestante di Milano è posto sotto assedio, così come lo è il PD che vi ha investito. L’opposizione, non più di sinistra, ha già riconquistato i quartieri di Niguarda, Musocco, Quarto Oggiaro e, inoltre, nella citta metropolitana, ha espugnato le roccaforti già operaiedi Sesto, Cinisello, Bresso, Cologno. Come è potuto succedere? È successo perché in questi anni si è pensato, a Palazzo Marino, che fosse sufficiente lucidare la città dell’”Area C” per avere consenso. E oggi, anche noi,  rischiamo di non capire dovessimo  limitarci a guardare solo a questa Milano lucidata che fa da scenario agli eventi e alle settimane, ora della moda ora di altro: se si guarda solo alla Milano della Darsena, o di Piazza Gae Aulenti con il Bosco verticale, o a quella di City Life con i tre grattacieli sghembi.  Così come  non capiremmo solo enumerando, magari compiaciuti, gli investitori esteri sbarcati a Milano, che sono tanti: dagli Australiani per l’area ex-Expo, agli arabi arrivati al Garibaldi-Repubblica e sull’area ex-Falck di Sesto San Giovanni, sino ai Cinesi che hanno comperato la Pirelli e, con Suning, la società calcistica dell’Internazionale. Guardando solo alle grandi opere e ai grandi investitori si può perdere di vista, e la si è persa, la lettura completa di Milano che, invece, ci racconta di una metropoli  cambiata e che crea indubbiamente  valore ma questo valore, ecco il punto, non viene distribuito. Detto diversamente: il Prodotto Interno Lordo di Milano in questi anni è aumentato ma si è depositato solo su una parte della città. E l’altra parte protesta, per ora con il voto: quello politico del 4 marzo già ci dice che la maggioranza di centro-sinistra che guida la città è a rischio, e ci dice anche che l’accumulo di consenso trasversale che si era registrato nel 2010 per Giuliano Pisapia Sindaco  (anche nel nostro cortile) è stato dilapidato (già da Pisapia stesso in verità). E, d’altra parte, cosa volete che interessi a un cittadino di Niguarda e dell’Isola se l’acqua dei Navigli verrà portata o meno in centro quando lui è preoccupato, certo, ma per l’acqua del Seveso che esonda a casa sua a ogni temporale? Cosa volete che interessi a un abitate di Rogoredo e di Viale Padova se si faranno o meno le Olimpiadi della Neve, quando lui va al Pronto Soccorso e deve aspettare 12-14 ore per essere visitato (il Pronto Soccorso è uno dei laboratori di formazione del leghismo) e deve  mettersi in fila per 18 mesi per essere operato all’anca?Quando poi questo cittadino, di Niguarda e Rogoredo, prenderà coscienza che il biglietto del tram viene portato a 2 euro, il più alto in Italia, per chiudere il buco di bilancio che si è aperto per concludere l’inutile M4, la “blu” voluta dalle destre (in un’operazione economicamente catastrofica che ha comportato un ulteriore privatizzazione di A2A e dalla quale il pavido Pisapia avrebbe dovuto sottrarsi pur pagando le penali, ma non l’ha fatto ed e scappato non ricandidandosi per il secondo mandato), ma cosa volete che voti questo cittadino?Ed infine, cosa dovrebbero dire i precari, i sottoccupati, i disoccupati dinnanzi al non funzionamento dei Centri per l’Impiego, le cosidette agenzie AFOL, abbandonati dopo il dannoso superamento delle Province, voluto proprio da quel PD che le aveva moltiplicate solo l’anno prima? A tal proposito l’Assessora al Lavoro del Comune di Milano invece di imbucarsi alle sfilate di moda farebbe bene a guardare quel che si fa a Parigi e Barcellona per mettere in contatto la domanda con l’offerta di lavoro:perchè è sull’offerta di lavoro che si può concretamente misurare quanto del valore accumulato dagli investitori in una città viene distribuito tra i suoi cittadini. Ai tempi di Giuseppe Di Vittorio questa distribuzione negoziata veniva definita come “l’imponibile di manodopera”, ma allora esisteva il “Sindacato di classe”; l’attualizzazione di un moderno imponibile esige, oltre al Sindacato, un Sindaco che non sia solo dei benestanti e dei business. C’è infine una partita che questa Milano-glamour ha perso già con Pisapia e poi con Sala: con ben 8 Università, Milano è potenzialmente la capitale d’Italia della scienza o almeno poteva essere questo. Ma così non è stato perché oggi a Milano “non si riesce a trasferire la scienza in tecnologia”, così Gianfelice Rocca, già Presidente di Assolombarda. E se lo dice lui. È una questione seria, perché le Università sfornano talentidi alto livello ma l’industria della città metropolitana, operando in larga misura in condizioni di contoterzismo e subforniture estere, non li sa utilizzare, non li può utilizzare, in quanto abbisogna di formazione di livello inferiore, certo con eccezioni come ST Microelectronic di Agrate. Ed è così che i laureati di Milano vanno all’estero. O riparano nelle famose start-up tanto interessanti quanto irrilevanti ai fini di cambiare segno a un economia. E i padroni che non  sono incalzati, traggono utili dal pozzo Milano, ma l’utile non sgocciola sulla città. Milano, in sintesi, è una bella vetrina che però espone quel che non produce o produce su brevetti altrui. Con tanti saluti all’apologetica dell’industria 4.0 e alla retorica dell’innovazione. Su questo raccordo scienza-tecnologia una sinistra non dimentica di sè stessa deve tornare a investire, anche perchè nel raccordo ci sono i soggetti protagonisti del futuro della città (e della sinistra). Questa sinistra non c’è a Palazzo Marino, ed è dispersa fuori dal palazzo. Giuseppe Sala ,il sindaco, si è assegnato il compito di attrarre capitali su grandi progetti, dai Navigli agli Scali Ferroviari, ma non si propone certo di far ricadere valore aggiunto sui quartieri. Lui è un top-manager della  destra economica(perché si può essere antifascisti, e Sala lo è e lo manifesta e io ci credo, ma  anche, e insieme, funzionari del capitale, come lo sono Calenda e Davide Serra). Il PD di Renzi, dopo aver perso Roma, Napoli e Torino, aveva investito su Sala e su Milano, che è stata, si ricordi, l’unica città italiana in cui è prevalso il Sì al referendum anticostituzionale. Da allora il vento è cambiato, soprattutto per Renzi e anche Sala si è sottratto al suo abbraccio. Troppo tardi! Perché si è scavato in città un baratro tra centro e periferie. Che farà Sala, il garante delle Grandi Opere, se Milano risulterà persa per la coalizione che con qualche sforzo l’ha sostenuto? Non lo so, sono però convinto che per la sinistra  politica di Milano, debba cominciare la lunga marcia per strappare le periferie alla destra. Se la città è cambiata, e noi dobbiamo proporci di “cambiare la città cambiata”, dobbiamo parallelamente proporci di cambiare anche noi stessi.■ 


Welfare tra Sovranisti ed Europeisti. Unica certezza: siamo messi male! di Gaspare Jean

Le politiche sociali e sanitarie dell’attuale Governo rispecchiano queste divisioni, anche se si ha l’impressione che siano lasciate da parte rispetto alle promesse elettoralisticamente più importanti: reddito di cittadinanza, flat tax, pensioni. Recenti analisi di SVIMEZ e GIMBLE (vedi www.quotidianosanita.it del 1.8.2018, 4.9.2018 e 8.10.2018) mettono in evidenza che il nostro SSN ha perso le prestigiose posizioni conquistate 20-30 anni fa; in particolare ne ha sofferto l’universalismo per la diminuzione percentuale della spesa pubblica rispetto alla spesa sanitaria out-of-pocket ed assicurativa; inoltre i cittadini del Sud, nonostante una pressione fiscale superiore per effetto delle addizionali locali, sono carenti di servizi sanitari idonei.

Le prestazioni sanitarie sono sempre più richieste per l’invecchiamento della popolazione; in particolare siamo carenti di strutture riabilitative, di presidi territoriali che permettano agli anziani di rimanere a casa, di posti letto long term care; questi temi sono attualmente estranei al dibattito politico in corso, così come lo sono le Politiche Sociali , anche se la legge delega sul Terzo Settore emanata dal Governo Renzi, ma mancante di una trentina di decreti attuativi, ha subito una parziale revisione, da parte della Comm. Affari Sociali della Camera.

Fondo Sanitario Nazionale (FSN): nelle prime settimane del suo mandato, la Ministra Grillo annunciava quanto diceva quando era all’opposizione: Il FSN deve aumentare, le assunzioni di personale devono essere riavviate, l’orario di lavoro rispettato, ecc.; inoltre il Ministero della Salute non deve continuare ad essere sottomesso al Ministero Economia e Finanza, ma ridiventare protagonista della programmazione sanitaria. In queste ultime due settimane la Ministra si è però adeguata alle parole di Di Maio stesso: “non permetterò che in Sanità ci sia un solo taglietto”.

Il bilancio triennale del Governo Gentiloni prevedeva per il 2019 1 mld in più per il FSN (113 mld nel 2018, 114 mld nel 2019). Questa cifra però implica dei tagli; infatti il miliardo di aumento sarà utilizzato per far fronte ai nuovi contratti di lavoro del personale sanitario. Dove saranno trovate le risorse necessarie per lo sblocco delle assunzioni, per i maggiori oneri legati all’acquisto dei nuovi farmaci, per l’edilizia sanitaria, per la sostituzione delle apparecchiature obsolete? Tutte cose promesse dalla Ministra.

Al finanziamento del sistema sanitario oggi concorrono l’IRAP, l’addizionale regionale all’IRPEF, e la compartecipazione all’IVA; con la flat-tax si rischia un calo di 58 mld rispetto a quello dell’IRPEF attuale (vedi www.quotidianosanita.it del 22.9.2018) e quindi la conciliazione tra mantenimento delle attuali risorse e mancati tagli è problematica; la Lega afferma di essere sicura che basterà la lotta agli sprechi e la centralizzazione degli acquisti con prezzi standard a impedire che i servizi sanitari subiscano un ridimensionamento. È improbabile però che in questo modo si riesca a rimediare ad anni di sottofinanziamento del FSN, tanto più che la Lega, favorevole all’autonomia regionale, indebolisce le capacità di promuovere razionalizzazioni della spesa da parte del Ministero. 

Riforma del Terzo Settore.  In un articolo precedente avevo sottolineato che questa riforma (legge delega 106/2016) cercava di supplire alla progressiva riduzione dei trasferimenti statali per Politiche Sociali, indirizzando le risorse provenienti dalle attuali donazioni alle ONLUS (4,5 mld/anno) e dagli utili delle imprese sociali, cooperative sociali, enti filantropici, fondazioni verso obiettivi prestabiliti e definiti dalla legge come obiettivi di “utilità sociale”; anche il futuro servizio civile dovrà essere utilizzato per diminuire l’intervento pubblico in campo assistenziale. L’attuale commissione Affari Sociali della Camera (Presidente il penta-stellato Trizzino) ha sostanzialmente accolto la proposta del precedente Governo con una trentina di modifiche che accentuano gli aspetti “profit” degli Enti del Terzo Settore, riducono il potere di “advocancy” delle associazioni di volontariato, facilitano la trasformazione delle cooperative sociali in imprese sociali. In breve: sì al volontariato ma che l’erogazione di servizi avvenga in chiave di mercato, con prestazioni d’opera alle pubbliche amministrazioni sostitutive e non complementari a servizi sanitari, sociali, culturali, sportivi, ecc. 
Purtroppo il dibattito su questa riforma (che deve ancora essere completata con l’emanazione di numerosi decreti attuativi) è lasciato solo a cultori della materia anche se il suo impatto sulle politiche sociali e sanitarie sarà notevole; a mia conoscenza nessuna formazione politica si è espressa a riguardo.

Abolire i supertikets con l’abolizione degli sprechi. I supertikets rappresentano indubbiamente una notevole distorsione del principio di universalità ed esigibilità del SSN, non solo perché milioni di cittadini rinunciano alle cure, ma perché sono differenti da Regione a Regione. La Ministra Grillo si è impegnata ad abolirli già nell’attuale manovra finanziaria; come? La Ministra pensa (ed in parte ha sicuramente ragione) che una revisione del prontuario farmaceutico possa fornire le risorse necessarie; altri dello stesso M5S pensano che si debbano abolire le detrazioni legate alle spese sanitarie nell’IRPEF; infine la Lega sostiene che il tutto debba essere in capo alle Regioni.

Va inoltre considerato che si è istituito il tavolo tecnico di lavoro sui farmaci e dispositivi medici con il compito di riordinare prontuario e prezzi, nonché di dirimere contenziosi legati al meccanismo di payback dei farmaci; la mole di lavoro è notevole e sicuramente la Ministra non potrà togliere i supertikets da quest’anno.

Vaccini. Il tema è sempre caldo per gli improvvisi e imprevedibili cambi di opinione della Ministra; il 10 ottobre sembra che l’opinione della Grillo sia quella del cosidetto “obbligo flessibile” con la precisazione che l’obbligo scatta solo in presenza di una insufficiente copertura vaccinale della popolazione o adirittura in attesa di una epidemia. È mia opinione che una epidemia o un caso isolato ad es di tetano consumino notevoli risorse del SSN; rappresentano pertanto uno spreco che può essere contenuto solo con un obbligo simile a quello delle cinture di sicurezza in auto.

Se il Governo Lega-M5S-Ministri fiduciari di Mattarella e Draghi non lascia sperare nulla di buono per le politiche di welfare , dobbiamo aver speranza negli europeisti? Soprattutto in questi europeisti che, per contrapporsi ai sovranisti, si appoggiano più o meno acriticamente ai Trattati Europei?

Come è noto i principi chiave dei Trattati europei sono:

Minimo intervento dello Stato in economia; ne consegue che il SSN dovrà essere considerato residuale lasciando ai privati servizi e prestazioni sanitarie più economicamente convenienti.
Riduzione dell’intervento pubblico, a favore dei sistemi assicurativi (il cosidetto secondo pilastro della Sanità); questo porta ad una Sanità di serie A per abbienti ed ad una di serie B per gli altri; va inoltre considerata la “furbata” dell’ex ministro Poletti ( e sottosegretario Botta) di poter ridurre l’intervento pubblico nelle politiche sociali attingendo alle donazioni volontarie e al lavoro su base volontaria delle associazioni non-profit. 
Lotta all’inflazione, ottenibile soprattutto con l’autonomia della banca centrale.
Massima concorrenza affidando al mercato la regolazione dei conflitti tra imprenditori.

Questi principi delineano un modello di società in conflitto con la nostra Costituzione che tutela i diritti sociali fondamentali. L’obbligo del pareggio di bilancio, novellato nel nuovo art. 81 (modifica costituzionale del 2012) è il più forte ostacolo allo sviluppo del Paese; infatti non solo il principio del pareggio del bilancio prevale sui diritti costituzionalmente garantiti e quindi esigibili, ma anche impedisce l’intervento pubblico in economia.  
 
Va peraltro precisato che l’art. 81 della Costituzione del 1948 non permetteva una “finanza allegra”; infatti novellava: “ogni legge che importi nuove o maggiori spese, deve indicare i mezzi per farvi fronte”. In altre parole la Costituzione indicava che trovare risorse è un problema politico, non tecnico.Il richiamo è pertinente perché un miglioramento del welfare attraverso il reddito di cittadinanza è possibile solo attraverso queste scelte politiche; lasciare ai tecnici il problema di trovare le risorse individuando gli sprechi è segno di notevole impreparazione politica e di non conoscenza della Costituzione.
Ma la tragicità dell’attuale situazione è che il contrasto tra europeisti e sovranisti, che caratterizzerà la scena delle prossime elezioni europee, non trovi alcun serio contrappeso in politiche che affermino la priorità dei principi della nostra Costituzione sui trattati europei.■